Al sud il meccanismo del ‘reso’ imposto dalla grande distribuzione penalizza ulteriormente i guadagni.
Non si può arrivare a fine mese e avere nelle tasche solo le briciole
Una buona parte degli oltre 800 fornai calabresi, nelle scorse ore, ha deciso di occupare la Statale 106, la Ionica, nei pressi della piana di Sibari.
Alla loro serrata si stanno aggiungendo analoghe agitazioni dei colleghi di altre regioni vicine, a partire dalla Sicilia.
Purtroppo, dal primo novembre saremo costretti ad aumentare il prezzo del pane da 3 euro al chilo a 3,80 - riferisce uno dei lavoratori in protesta - Il prezzo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più. Per la farina da metà settembre l’aumento è stato di 10 euro al quintale, toccando i 60 euro. E poi la corrente elettrica, e in generale il carovita, che porta, giustamente, i nostri dipendenti a chiedere aumenti di stipendio
Potrebbe bastare, ancora non basta.
C’è anche la Gdo (la Grande distribuzione organizzata) nel mirino dei fornai in agitazione.
I supermercati dicono che se aumentiamo il pane di 80 centesimi, la metà dell’aumento va a loro. Altrimenti non ne prendono. Scandaloso
Per giunta il pane che non viene venduto nel sud d’Italia viene restituito al produttore.
Conviene a chi produce pane industriale, perché compra farine meno costose e lavora sulla quantità. Distrugge noi artigiani
denunciano i panificatori di Cerchiara.
Se cediamo 10 chili di pane al rivenditore a 2,20 euro, dovremmo incassare 22 euro. Ma se ne restano invenduti tre chili, in realtà avremo incassato 15,40 euro. Morale: i nostri 10 chili di pane li abbiamo venduti non a 2,20 ma a poco più di 1,50 al chilo
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