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18 ott 2026, 12:56

Da PayPal alla Casa Bianca: chi sono i nuovi gerarchi del tecnofascismo americano

Tra l’élite della Silicon Valley e la destra reazionaria si è consolidata una saldatura che mira apertamente a smantellare la democrazia liberale, sostituendo le istituzioni pubbliche con il monopolio del venture capital e dell'innovazione amorale.

Dalle reti di influenza di Peter Thiel e dall'ascesa politica di J.D. Vance fino al ruolo messianico attribuito all'intelligenza artificiale, il giornalista Gil Durán analizza nel suo libro The Nerd Reich le radici storiche, i protagonisti e le mire autoritarie di questa nuova oligarchia tecnologica.

In questa intervista, Durán spiega perché il futuro della democrazia passa necessariamente dallo smantellamento dei monopoli tech e dalla revoca del potere arbitrario dei miliardari sul destino comune.

https://www.valigiablu.it/gerarchi-tecnofascismo-silicon-valley-usa-destra/

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Da PayPal alla Casa Bianca: chi sono i nuovi gerarchi del tecnofascismo americano - Valigia Blu

Dalle reti di potere di Peter Thiel all'ascesa di J.D. Vance, l'autore di "The Nerd Reich" Gil Durán spiega come i miliardari della tecnologia puntano a smantellare la democrazia liberale. Un’indagine su chi sono i gerarchi del tecnofascismo americano.

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17 ott 2026, 12:47

Un’Europa che marcia divisa nel momento più critico

Ieri i leader degli Stati membri dell'Unione Europea non sono riusciti a trovare un accordo per approvare il bilancio dei prossimi sette anni. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha annunciato un nuovo incontro per il 26 novembre, nel tentativo di superare le divergenze e arrivare a un accordo definitivo a dicembre prima delle elezioni in Francia, Italia e Polonia nel 2027 che potrebbero rimescolare le carte.

Il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034 ha confermato quello che si sapeva ma che si preferiva non dire: l’Europa marcia divisa nel suo momento più critico.

Da un lato, i cosiddetti paesi frugali, come Germania e Svezia che premono per contenere la spesa comune, dall'altro gli “Amici della coesione”, guidato da governi politicamente eterogenei come quelli Meloni e Sanchez, che fanno blocco per tutelare i fondi destinati ad agricoltura e politiche regionali. Ma al di là delle parole, di coesione c’è ben poco. Tra la linea rigorista dei paesi frugali e la difesa dei fondi territoriali da parte degli Stati della coesione, a prevalere sono ancora gli interessi e le agende nazionali rispetto a una reale solidarietà politica e finanziaria.

E questa debolezza rende l'UE più esposta alle strategie degli altri paesi. Tra questi, gli Stati Uniti di Trump che, con l'apertura sul diesel russo e le pressioni su Kyiv, conferma che Washington agisce per sé. Incapace di subordinare le agende nazionali a una strategia comune, l'UE rischia di frammentarsi proprio nel momento in cui dovrebbe agire con una sola voce.

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Un’Europa che marcia divisa nel momento più critico - Valigia Blu

L’Unione Europea cerca maggiore autonomia, ma il negoziato sul bilancio mostra quanto resti difficile condividerne i costi. Gli interessi nazionali attraversano gli schieramenti, mentre le convergenze tra popolari e destre radicali modificano le priorità…

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16 ott 2026, 12:36

Elezioni di novembre in USA: l’inizio della fine di Trump?

Il 3 novembre gli Stati Uniti vanno al voto per le elezioni di metà mandato. Si rinnova per intero la Camera dei Rappresentanti e un terzo dei seggi del Senato, in quello che è il principale banco di prova per un presidente in carica. Dovesse perdere le Camere, il presidente rischia di non riuscire a portare avanti la sua linea politica, non avendo sponde al Congresso. Donald Trump arriva all’appuntamento in una posizione di debolezza.

La Casa Bianca sconta l'impopolarità del prolungato conflitto con l'Iran e l'impennata dei costi del carburante. Nel tentativo di arginare i prezzi, il presidente ha stretto un controverso patto con Putin per importare diesel russo, una mossa che non solo copre il fabbisogno di un solo giorno ma ha finito per spaccare apertamente i repubblicani, con diversi senatori del GOP che hanno denunciato l'intesa come un tradimento verso l'Ucraina.

Costretto a spendere cifre record per difendere roccaforti storiche come il Texas, il partito conservatore vede assottigliarsi il proprio vantaggio di fronte a un'opposizione democratica competitiva sia con i progressisti che con i moderati. Sullo sfondo di collegi elettorali contesi e dell'inedita assenza degli osservatori internazionali dell'OSCE, resta l'interrogativo cruciale su come reagirà Trump in caso di una netta sconfitta elettorale.

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Elezioni di novembre in USA: l'inizio della fine di Trump? - Valigia Blu

Dalla crisi della benzina all'accordo con Putin: perché il voto di metà mandato negli USA minaccia la tenuta della maggioranza di Donald Trump al Congresso.

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15 ott 2026, 13:46

La vita sotto l’occupazione russa: come si sopravvive e si muore a Oleshky

Lungo il fronte del Dnipro, nell'oblast' occupato di Cherson, città come Olešky e Hola Prystan' sono isolate da un blocco sistematico: strade minate, droni che colpiscono i civili in fuga e scorte di cibo e medicinali ormai al lumicino.

«Guardavamo il drone, pregavamo, ci facevamo il segno della croce e li supplicavamo di non ucciderci: “Non vedete? Siamo solo due anziani”», racconta Vasyl Berezka, riuscito a scappare con la moglie Liudmyla dopo che il loro mezzo è saltato sulle mine. Dalle città trapelano testimonianze di pura disperazione e fame, tra anziani che elemosinano una manciata di cereali e civili trasformati di fatto in scudi umani: «A Olešky la morte ti segue letteralmente ovunque. Puoi parlare con un vicino fuori casa, rientrare, uscire un quarto d'ora dopo e trovarlo morto dove lo avevi lasciato».

Con gli ospedali al collasso, il baratto come unico mezzo di sussistenza e i corridoi umanitari sistematicamente respinti dalla parte russa, le testimonianze dei pochi superstiti fuggiti raccontano la quotidianità drammatica di una vera e propria trappola sul fronte.

Il reportage 👉 https://www.valigiablu.it/oleshky-trappola-scudi-umani-occupazione-russa/

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La vita sotto l’occupazione russa: come si sopravvive e si muore a Oleshky - Valigia Blu

Vasyl Berezka e sua moglie Liudmyla sono riusciti a fuggire da Oleshky, città occupata dell’oblast di Kherson: hanno raccontato la storia di una città da cui è ormai quasi impossibile uscire, dove mancano cibo e medicinali e dove la popolazione è decimata.…

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14 ott 2026, 11:59

La ricercatrice morta in Siberia e il caso di peste in Russia

La morte di una giovane ricercatrice russa che lavorava per un Istituto anti-peste in una grande città della Siberia, causata da una polmonite di origini non stabilite, ha destato preoccupazione in tutto il mondo e ha alimentato speculazioni su un possibile incidente di laboratorio legato al batterio responsabile della peste. 

Al momento, i rischi per la salute pubblica, sia in Russia che a livello internazionale, sembrano molto limitati, come ha sottolineato sempre l’OMS. Il controllo stringente delle informazioni su questa vicenda da parte delle autorità russe però non aiuta.

In qualità di membro dell’OMS, la Russia ha l’obbligo giuridico internazionale di condividere le informazioni in suo possesso con l’agenzia. Ma la sensazione è che difficilmente il governo russo sarà disposto a fornire approfondimenti su una vicenda che è ancora avvolta dal mistero. 

La memoria di ciò che accadde con la pandemia di Covid-19 - quando la Cina tardò ad ammettere la circolazione del virus sul suo territorio, causando tragici effetti a cascata su tutto il mondo - ci ricorda che senza un adeguato coinvolgimento delle autorità sanitarie internazionali in situazioni così delicate si corrono enormi rischi per la salute pubblica. Qualunque tecnologia, anche la più sofisticata, non può colmare le lacune che derivano da una comunicazione sanitaria non trasparente e tempestiva.

Essere preparati per affrontare “eventi insoliti e imprevisti” che rischiano poi di avere gravi ripercussioni sulla salute pubblica globale “è una sfida politica oltre che scientifica”, scrive sul Guardian Devi Sridhar, professoressa di Salute Pubblica Globale all’Università di Edimburgo. “Ma senza trasparenza, continueremo a fare un passo avanti e due indietro”.

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La ricercatrice morta in Siberia e il caso di peste in Russia - Valigia Blu

La morte di una giovane ricercatrice russa che lavorava per un Istituto anti-peste in una grande città della Siberia, causata da una polmonite di origini non stabilite, ha destato preoccupazione in tutto il mondo e ha alimentato speculazioni su un possibile…

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13 ott 2026, 12:39

L’ennesima scommessa di Pedro Sanchez

La mossa di Pedro Sánchez di convocare elezioni anticipate dopo la bocciatura dei decreti sull'emergenza abitativa è l'ennesimo azzardo della sua parabola politica.

Con l'esecutivo paralizzato dai veti incrociati degli indipendentisti catalani, privo di una legge di bilancio dal 2023 e logorato da inchieste giudiziarie, il premier spagnolo ha scelto la rottura per riprendere in mano l'agenda politica del paese.

L'obiettivo è riattivare la base progressista portando lo scontro sui temi sociali e sul diritto all'abitare, esplosi nella protesta di piazza dopo il drammatico sfratto dell'87enne Maricarmen Abascal. Sánchez punta a trasformare l'ostruzionismo parlamentare delle opposizioni in un referendum tra tutele pubbliche e profitti della speculazione finanziaria.

Rispetto alla rimonta del 2023, la scommessa è tuttavia molto più rischiosa: la destra radicale di Vox cresce nei sondaggi portando il blocco conservatore sopra il 50 per cento, mentre il fronte progressista fatica a trovare un'intesa unitaria.

Il caso spagnolo solleva un tema cruciale per tutto il contesto europeo: gli indicatori macroeconomici positivi e la crescita del PIL non bastano a generare consenso se non si traducono in un miglioramento tangibile delle condizioni materiali dei cittadini, a partire dall'accesso alla casa e dal potere d'acquisto.

Una sconfitta del PSOE priverebbe inoltre l'Unione Europea di una delle poche voci capaci di mantenere una posizione autonoma di fronte all'avanzata delle destre sovraniste globali.
https://www.valigiablu.it/spagna-scommessa-sanchez-crisi-casa-elezioni/

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L'ennesima scommessa di Pedro Sanchez - Valigia Blu

L'emergenza abitativa, il governo paralizzato e la minaccia dell'estrema destra: l'azzardo di Pedro Sánchez e il futuro della sinistra in Spagna e in Europa.

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12 ott 2026, 20:02

Il premier UK Andy Burnham: “È chiaro che la Russia ha interferito nel voto sulla Brexit

In un intervento al podcast “The Rest is Politics”, il premier britannico Andy Burnham ha dichiarato che la Russia ha interferito sul referendum sulla Brexit, avvertendo che attività simili sono in corso in Francia e Germania.

«Penso che in realtà siamo stati troppo sulla difensiva al riguardo e non abbiamo informato a sufficienza l’opinione pubblica sulla portata dei tentativi provenienti dall’estero di destabilizzare il processo politico», ha detto Burnham.

«La Russia ha chiaramente tentato di interferire in una serie dei nostri processi democratici», ha aggiunto il ministro degli Esteri Stephen Doughty, sentito dalla BBC per un commento. «Sono impegnati in una guerra dell’informazione, stanno spendendo 1,5 miliardi di sterline solo quest’anno in disinformazione e propaganda».

Doughty ha poi negato che Burnham stesse sollevando la questione dell’ingerenza russa nel referendum sulla Brexit perché desidera rientrare nell’UE: «Si tratta di un’osservazione più ampia che egli sta facendo sui tentativi russi di destabilizzare e interferire nella nostra democrazia».

Burnham ha spiegato di aver discusso la questione dell’ingerenza russa con il cancelliere Friedrich Merz durante la sua visita in Germania all’inizio di questa settimana: «È importante ora mettere chiaramente a verbale queste cose e credo che ciò aiuti gli elettori in Germania e in Francia a comprendere che parte di questa politica è istigata dai nostri nemici, ovvero la Russia».

È la prima volta che un primo ministro britannico afferma che la Russia abbia cercato di influenzare il referendum sulla Brexit del 2016, ma da tempo circolano avvertimenti sui tentativi del Cremlino di esercitare influenza sulla politica del Regno Unito.

Nel 2020, la Commissione per l’intelligence e la sicurezza del Parlamento ha pubblicato un rapporto sugli interventi russi nelle elezioni e nei referendum del Regno Unito.

Gli addetti ai lavori, gli analisti di intelligence e chiunque studiasse i flussi di potere globali hanno sempre saputo che le cose stavano diversamente: le prove di pesanti ingerenze esterne e di manipolazione erano sul tavolo fin dal primo giorno. Oggi, però, non si tratta più di semplici speculazioni. Grazie (ma non solo) alle desecretazioni governative emerse in via definitiva tra il 2024 e il 2026 nei cosiddetti Epstein Files, l'intero quadro si è ricomposto in una forma diversa. Non stiamo più parlando di un fenomeno elettorale interno al Regno Unito, ma del "paziente zero" di una nuova guerra geopolitica ibrida, orchestrata da una convergenza di attori internazionali. Attori che, lungi dall'aver smantellato la propria infrastruttura logistica dopo il referendum britannico, stanno operando a pieno regime anche in questo 2026.

Ne parlavamo in questo articolo:
https://www.valigiablu.it/brexit-epstein-guerra-ibrida-putin-maga-europa/

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L’esperimento Brexit: prove generali di una manipolazione di massa durata dieci anni e che ancora non è finita - Valigia Blu

Dalle desecretazioni degli Epstein Files agli arresti a Whitehall: come un'alleanza tra oligarchi russi, miliardari della Silicon Valley e ideologi dell'alt-right ha trasformato la Brexit nel laboratorio della nuova guerra ibrida contro l'Europa.

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12 ott 2026, 15:04

Ex segretario militare di Netanyahu: il primo ministro israeliano era stato avvertito di possibili attacchi di Hamas

Dopo le inchieste di Haaretz e New York Times, questa volta è una fonte primaria di alto livello a parlare delle responsabilità (e dei fallimenti) del premier israeliano Benjamin Netanyahu nella gestione dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023.

Si tratta di Avi Gil, generale di divisione delle IDF e segretario militare del primo ministro dal 2021 al 2024. In altre parole, il principale raccordo tra il primo ministro, le IDF e l'apparato di sicurezza (Mossad, Shin Bet, ecc.) con pieno accesso alle valutazioni strategiche, alle informazioni classificate e ai verbali delle discussioni politico-militari dei vertici politici.

In un’intervista a Channel 12 [qui la traduzione di Massimo Chierici su Facebook] Gil di fatto afferma che Netanyahu era stato avvertito già mesi prima per ben quattro volte di movimenti da parte di Hamas che facevano pensare a un possibile attacco, ma che poi non erano stati presi in considerazione. Un’affermazione che fa eco alle inchieste di Haaretz e New York Times sugli avvertimenti da parte di Emirati Arabi Uniti ed Egitto su un’azione terroristica di Hamas non presi in considerazione da Netanyahu. Al riguardo, Gil ha detto di non sapere nulla.

E poi Gil aggiunge altre informazioni che, se vogliamo, aggravano ancor di più la posizione di Netanyahu. L’ex segretario militare del premier israeliano smentisce la versione propinata da Netanyahu di non essere stato svegliato dai servizi di sicurezza il 7 ottobre quando era iniziato l’attacco. È stato lo stesso Gil ad averlo chiamato due volte all’alba dicendogli: “È scoppiata una guerra”.

E ancora più grave, Gil afferma che già all’indomani del 7 ottobre l’Ufficio del Primo Ministro aveva iniziato a falsificare i verbali per avvalorare poi la versione di Netanyahu sulla catena di comando e come erano andate le cose.

Gil ha annotato tutto in 16 quaderni che consegnerà a chi di dovere quando ci sarà finalmente una commissione d’inchiesta. Alla domanda “Perché hai taciuto in questi tre anni”, Gil ha risposto:

"Pensavo fosse giusto parlare con una commissione statale d'inchiesta, quando fosse stata istituita. Avrei consegnato tutto ciò che so, i miei appunti, e avrei lasciato che fossero loro a comprendere la realtà. Le ultime settimane mi hanno indicato una strada diversa, mi hanno fatto capire che dovevo uscire allo scoperto e dire la verità".
Perché? Che cosa è successo?
"Non c'è una commissione d'inchiesta. Non c'è una commissione statale d'inchiesta.”

Qui il nostro articolo aggiornato sul 7 ottobre e le responsabilità di Netanyahu: https://www.valigiablu.it/netanyahu-7-ottobre-gaza-hamas-inchiesta-haaretz/

E qui l'articolo di Sarah Parenzo sulla cura contro la manipolazione politica della memoria del 7 ottobre:
https://www.valigiablu.it/memoria-israele-trauma-7-ottobre-elezioni/
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12 ott 2026, 12:21

Gli Stati Uniti finanziano la destra europea, e lo scrivono sul sito del Dipartimento di Stato

Il 27 luglio 2026 la pagina Welcome to Favelas ha annunciato ai suoi follower di aver presentato domanda a un programma di finanziamento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il programma offre fino a tre milioni di dollari a progetto per rafforzare “la resilienza democratica, lo stato di diritto, la libertà di parola e di stampa” in Europa. Non è un canale coperto: è un bando federale, pubblicato, consultabile da chiunque, e dice per esteso chi vuole finanziare e che cosa si aspetta in cambio.

Quel bando non è l’unico. Fra luglio e agosto il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DRL), l’ufficio del Dipartimento di Stato che finanzia democrazia e diritti umani all’estero, ne ha pubblicati tre, per quasi 10 milioni di dollari. Sono rivolti a organizzazioni europee che si occupino di sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare, cioè l’uso dei tribunali come arma politica. Reuters li definisce gruppi allineati al MAGA, il movimento di Donald Trump.

Accanto ai bandi corre un canale che non passa da nessuna gara. Secondo ProPublica, i funzionari politici dell’amministrazione hanno indicato almeno una dozzina di organizzazioni da finanziare direttamente.

Non si tratta di semplici donazioni, ma di accordi di cooperazione che impongono la supervisione diretta di Washington su testi, eventi e linee di ricerca, spingendo persino sigle ultra-conservatrici come la polacca Ordo Iuris a rifiutare i fondi per non perdere autonomia.

Mentre l'Unione Europea continua a strutturare i propri scudi democratici guardando alle sole interferenze da est, un'influenza ideologica e finanziaria senza precedenti arriva alla luce del sole da ovest, inserendosi direttamente nelle faglie politiche dell'Europa.

https://www.valigiablu.it/dipartimento-stato-usa-propaganda-maga-europa/

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Gli Stati Uniti finanziano la destra europea, e lo scrivono sul sito del Dipartimento di Stato - Valigia Blu

Dai video sul degrado ai bandi del Dipartimento di Stato USA: l’inchiesta sui milioni di dollari destinati a finanziare la rete sovranista e conservatrice in Europa.

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11 ott 2026, 13:07

Il caso della Cornell University e la cultura dello stupro

La causa civile intentata da Jane Doe contro la Cornell University e sette studenti per uno stupro di gruppo subita durante una serata in una confraternita maschile dell'ateneo è uno spaccato lucido di come opera la cultura dello stupro all'interno di società strutturalmente misogine. La violenza risale al 2024 quando era una studente ventenne dell’ateneo. Per quasi due anni, al suo racconto alle forze dell’ordine non aveva fatto seguito alcun procedimento penale, e la storia era rimasta pressoché sepolta.

La cultura dello stupro è un sistema di credenze per cui non solo la violenza è diffusa, minimizzata e normalizzata, ma lo sono anche tutte quelle pratiche che la giustificano: l’oggettivazione dei corpi femminili, il linguaggio misogino, la stigmatizzazione dei comportamenti e dei desideri sessuali delle donne, il victim blaming, ossia la colpevolizzazione di chi subisce violenza, addossandole parte della responsabilità. 

Dalle chat chiuse delle confraternite d’élite ai canali online in cui vengono diffuse immagini intime senza consenso, la vicenda dimostra come la violenza sessuale non sia l'azione di mostri isolati, ma il collante di spazi omosociali fondati sul dominio, sul silenzio di chi assiste e su una pervasiva impunità istituzionale.

L'orrore di questa vicenda è la sua ordinarietà, scrive sul Guardian la giornalista Moira Donegan. Finché le istituzioni proteggeranno la propria reputazione e la complicità maschile rimarrà la norma sociale, le nostre culture resteranno strutturalmente inclini allo stupro.

https://www.valigiablu.it/caso-cornell-jane-doe-cultura-stupro/

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Il caso della Cornell University e la cultura dello stupro - Valigia Blu

Il caso di stupro alla Cornell University non è un’eccezione. È uno spaccato lucido di come opera la cultura dello stupro all'interno di società strutturalmente misogine.

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10 ott 2026, 13:27

7 ottobre 2026: la cura contro la manipolazione politica della memoria

A tre anni dal 7 ottobre, Israele si confronta con le conseguenze di una guerra permanente che ha logorato il tessuto sociale ed economico del paese. A poche settimane dal voto, la memoria del trauma collettivo è stata riattivata dalle commemorazioni e da una nuova stagione di documentari sulle ferite dei riservisti e delle famiglie delle vittime.

Queste storie testimoniano le fratture interne di una nazione ripiegata su se stessa, ma rischiano di diventare strumenti di polarizzazione e consenso. Netanyahu continua a guidare i sondaggi attraverso una retorica improntata sulla forza militare, nonostante i procedimenti giudiziari e le responsabilità accertate per i fallimenti di sicurezza.

Questo paradosso trova spiegazione nella crisi strutturale dell’opposizione: un fronte progressista frammentato, incapace di convergere su una leadership unica, che concentrandosi unicamente sulla rimozione del premier continua a eludere i nodi sistemici dell’occupazione e a rimuovere del tutto la catastrofe umanitaria di Gaza dall’agenda pubblica.

Il compito della memoria non dovrebbe essere quello di mantenere indefinitamente una società dentro la paura, né quello di trasformare il dolore in uno strumento elettorale, ma di interrogarsi su cosa ha reso possibile quella tragedia e sulle sue conseguenze dentro e fuori il paese. Il 7 ottobre è una ferita aperta, ma il modo in cui il governo sceglierà di curarla determinerà il tipo di società che emergerà da questi anni di buio, non meno dell’esito stesso delle prossime elezioni.

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7 ottobre 2026: la cura contro la manipolazione politica della memoria - Valigia Blu

A tre anni dal 7 ottobre e alla vigilia del voto, Israele fa i conti con un trauma collettivo irrisolto, le crepe dell'opposizione e l'ombra rimossa di Gaza.

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09 ott 2026, 19:18

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Sono passati 20 anni dall'assassinio a Mosca della giornalista di Novaya Gazeta Anna Politkovskaya, nel giorno del compleanno di Putin. Nessuno più di lei aveva compresoo la vera natura di Putin, e il regime non è mai riuscito a cancellare la verità per cui ha dato la vita.

In questa intervista, del presidente russo Politkovskaya diceva:

«Putin semplicemente non lo capisce. Non capisce che ogni essere umano ha diritto alla vita, che non è solo un ingranaggio nel meccanismo. Capite? Ogni singola persona morta a Beslan o al teatro Dubrovka [Nord-Ost] ha un valore in sé. Ma Putin, semplicemente, non lo comprende. Ha una sua logica personale: la logica di un ufficiale del KGB di epoca sovietica. La variante peggiore. Quella psicologia stalinista è ancora verosimilmente viva in lui. Non comprende il popolo. È un autentico ufficiale sovietico del KGB, tutto qui in fondo. Un pizzico antisemita, un pizzico fascista. Non particolarmente intelligente. Davvero non molto brillante. Io questo tipo di carattere, invece, lo capisco fin troppo bene. E non capisce che l'individuo ha dei diritti. Nel profondo della sua anima, non riesce proprio a concepirlo. Abbiamo un presidente a cui non importa assolutamente nulla dei propri cittadini. Non riconosce il valore della sua stessa gente. È proprio questo il suo limite più grande. È un ufficiale del suo apparato, sì, un apparato in cui l'individuo non esiste. È portatore di tutt'altra visione: l'individuo scompare, i suoi interessi non contano.

E mi sembra che non si sia mai davvero liberato di quel suo passato… di quell'esperienza di servizio nel KGB».
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09 ott 2026, 13:41

Cosa significa vivere e resistere a Kyiv

"Dopo un breve soggiorno in Italia, ho bisogno di tornare in Ucraina. Si tratta quasi di un bisogno viscerale, di quelli inspiegabili. Questa volta però la paura si fa sentire, è palpabile sin da quando si sente vibrare il telefono senza sosta e la nuova mappa colorata degli allarmi appare sullo schermo: in giallo la minaccia di droni, in rosso la balistica.

Sono stata in Italia per qualche tempo, senza sirene e senza esplosioni. Un altro pianeta, in cui mi son sentita a tratti un pesce fuor d’acqua, scombussolata da tutta questa pace e normalità. Avrei dovuto rilassarmi, riposare, godermi quel tempo di pace, e invece quel silenzio ha solo aumentato la mia inquietudine. Non riuscivo a dormire bene: il pensiero era sempre lì, a Kyiv; e quando finalmente il sonno arrivava, arrivava lei, la mia Kyiv in fiamme, la mia Kyiv rasa al suolo, la mia Kyiv che urla per il dolore tra nuvole di fumo. È lo stesso incubo che facevo, sempre al sicuro e lontano dalla guerra, nei primi mesi dell’invasione, nel 2022. Credevo di aver sepolto il ricordo di quel periodo difficile, e invece ha fatto ritorno rivelando un’ipotesi concreta di quello che potrebbe accadere se le forze della resistenza ucraina, dopo cinque lunghi anni, dovessero venire meno.

Kyiv è la mia città da un decennio ormai, quel posto dove stare che l’amico Ludovico Gualano (volontario e presidente dell’associazione Rescue Team) descrive senza filtri nel suo omonimo libro di testimonianze; starle lontana somiglia a vivere una relazione a distanza con la persona che si ama. Ci si sveglia e si controlla il telefono prima ancora di aprire gli occhi, per sapere com’è andata la notte, un po’ come un genitore che ha il baby monitor sempre con sé. Conosco fin troppo bene il suo modo di nascondere la stanchezza, la frustrazione e la paura, e so leggere fra le righe quello che non dice o non riesce a esprimere. Con il tempo ho imparato a conoscere i suoi ritmi, come si conoscono quelli di chi si ama. Quando le scrivo, mi risponde “va tutto bene” o “sono ancora tutta intera”, come farebbe una qualsiasi persona che non vuole farti preoccupare mentre soffre. Da lontano, vivo in una sorta di limbo con le notizie flash, i racconti altrui e le fotografie dei luoghi cari al cuore. È una relazione strana, perché di solito, a distanza, si teme che l’altro cambi, che si stanchi, che se ne vada. Qui è il contrario: lei non se ne va, non chiede niente, non ti supplica mai di tornare. Eppure soffre, e tu non sei lì a tenerle la mano nel momento del bisogno. Se mi addormento in un letto tranquillo, finalmente nelle braccia di Orfeo, con un tetto sopra la testa, il senso di colpa si fa strada insieme all’impotenza, e tutto mi sembra un tradimento.

Tornare, però, non è mai stato così difficile. Leggo che i valichi di frontiera con la Moldova e la Polonia sono finiti sotto attacco, e anche se non l’ho visto con i miei occhi, il pensiero mi accompagna mentre aspetto in coda in un luogo che spero non vada incontro allo stesso destino. I treni, che per anni sono stati il modo più sicuro di muoversi nel Paese, sono diventati bersagli. Nonostante sia il metodo che prediligo per viaggiare, li evito per non finire evacuata in mezzo al nulla durante allarmi e potenziali attacchi, e scelgo l’autobus. Spostarsi, oggi, è diventata un’impresa: persino il tratto di strada che dovrebbe portarmi a casa e farmi riabituare gradualmente a queste località in guerra diventa qualcosa da attraversare in fretta, con il fiato sospeso."

La nuova “campagna russa”, iniziata a fine agosto, ha cambiato il ritmo di vita della capitale ucraina che può già, in una certa misura, essere definita una città e una regione in prima linea, anche se geograficamente lontana dalla linea del fronte. Gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre sono stati particolarmente intensi, e Kyiv ha avuto a malapena il tempo di riprendere fiato.

Ripensare i percorsi, essere pronti a trovare un rifugio tra due pareti, vivere al ritmo e i silenzi delle sirene e degli allarmi: il racconto personale di Claudia Bettiol di cosa significa vivere e resistere a Kyiv sotto la "sbornia balistica" russa 👇
https://www.valigiablu.it/cosa-significa-vivere-e-resistere-a-kyiv/

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Cosa significa vivere e resistere a Kyiv - Valigia Blu

Cosa vuol dire vivere a Kyiv oggi? Il racconto personale del bisogno viscerale di tornare nella capitale ucraina, ora che la guerra non ha più orari, e della resistenza dei civili ucraini.

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08 ott 2026, 20:00

L’allargamento dell’Unione Europea un “imperativo geopolitico”?

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen lo ha definito un “imperativo geopolitico”. Il 6 ottobre, a Strasburgo, la Commissione ha presentato il pacchetto di misure per preparare l’Unione ai futuri allargamenti: istituzioni più efficienti, maggiori garanzie sullo Stato di diritto, adattamento delle politiche europee e nuove regole di bilancio. L’obiettivo è fare in modo che una UE più grande sia anche “più forte”, nelle parole di von der Leyen.

L’esperienza dei contenziosi sullo Stato di diritto con l’Ungheria pesa sulle scelte attuali: Bruxelles punta a inserire clausole di salvaguardia post-adesione capaci di congelare fondi e diritti di voto fino a 15 anni dopo l'ingresso, superando il principio per cui l’adesione sia un punto di non ritorno privo di verifiche stringenti. Dai Balcani all’Ucraina, le asimmetrie rimangono marcate: il Montenegro punta all’ingresso nel 2028, mentre l'impatto economico e agricolo di Kyiv impone una revisione radicale delle politiche comuni.

Il nodo più profondo riguarda tuttavia il valore politico dell'integrazione: l'ipotesi di un accesso graduale a singoli programmi rischia di trasformare l'adesione in un modello parziale che indebolisce il senso stesso del progetto europeo. Come dimostra il recente stop al percorso di adesione in Islanda, ottenere i vantaggi del mercato unico senza assumersi i vincoli istituzionali è un'opzione concreta che costringe Bruxelles a ripensare la propria attrattività. L'Unione deve decidere non solo chi accogliere, ma quale grado di coesione interna e sovranità condivisa intenda preservare.

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L'allargamento dell'Unione Europea un "imperativo geopolitico"? - Valigia Blu

Dall’Ucraina ai Balcani occidentali, l’allargamento UE diventa un imperativo strategico: come cambiano governance, bilancio e regole di adesione.

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08 ott 2026, 16:10

La nuova legge elettorale approvata in via definitiva

Come atteso, con 227 voti a favore la nuova legge elettorale è stata approvata in via definitiva. La maggioranza ha scelto di non modificare il testo sebbene nelle audizioni i costituzionalisti avessero sollevato diverse obiezioni, poi riproposte anche nelle pregiudiziali di costituzionalità respinte dalla Camera. Si è arrivati fino in fondo in nome della stabilità che la nuova legge dovrebbe assicurare. Ma si tratta di un obiettivo che - come abbiamo spiegato - non è affatto garantito.

Il confronto potrebbe ora spostarsi nelle aule giudiziarie. Sono già stati annunciati ricorsi davanti a numerosi tribunali civili, con l’obiettivo di portare alcune disposizioni della legge davanti alla Corte costituzionale. Alcuni elettori potranno chiedere ai giudici di accertare se le nuove regole incidano illegittimamente sul loro diritto di voto. Spetterà poi ai tribunali decidere se rimettere le questioni alla Consulta.

Portare a casa una legge elettorale a ogni costo non è sempre la scelta migliore, soprattutto quando i rischi sulla sua tenuta costituzionale pesano più delle possibilità che raggiunga davvero l’obiettivo per il quale è stata approvata.

https://www.valigiablu.it/legge-elettorale-governo-dubbi-costituzionalisti/

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La nuova legge elettorale: i dubbi dei costituzionalisti - Valigia Blu

Dalle audizioni sulla nuova legge elettorale sono emersi diversi profili critici, alcuni dei quali si traducono in dubbi di costituzionalità; altri riguardano invece la capacità della riforma di raggiungere proprio l’obiettivo con cui viene giustificata,…

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08 ott 2026, 12:55

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«Maricarmen vive, la lotta continua». Un minuto di silenzio e poi in marcia verso il Parlamento. Così gli attivisti hanno accolto ieri sera la notizia della morte di Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni sfrattata dalla casa a Madrid dove aveva vissuto per oltre 70 anni e diventata il volto della lotta per la casa in Spagna. L’appartamento era stato acquistato da una società di investimento che intendeva aumentare l’affitto del 230%. Dopo le proteste scatenate dallo sfratto la società le aveva comunicato che poteva tornare a casa a un affitto ridotto.

Le immagini dello sgombero, con Abascal portata via con la forza dalla sua abitazione su una barella, circondata da manifestanti e poliziotti (che hanno lanciato anche diverse raffiche di lacrimogeni per far rispettare l’ordine), hanno scatenato la rabbia e l’indignazione e si sono trasformate in proteste partecipate da decine di migliaia di persone a Madrid e in tutta la Spagna. Da nord a sud del paese, i cittadini si sono riversati nelle piazze per protestare contro il prezzo degli affitti salito dell’80%.

Dall’ospedale dove era ricoverata, Abascal aveva incoraggiato i manifestanti: «Vorrei essere lì con tutti voi», aveva detto in un video. «Ma non sono così fortunata. Quindi, da qui, chiedo a tutti voi di avere coraggio, di lottare e di difendere ciò che è vostro».

Di fronte al caso più generale del caro affitti e della crisi abitativa Sanchez aveva tentato di far approvare due decreti urgenti con blocco degli sfratti al 2030, rinnovo automatico di due anni degli affitti in scadenza nel 2028 e vincoli ai fondi. La bocciatura da parte dei partiti di opposizione di destra ha portato il premier spagnolo ad annunciare elezioni anticipate. 

Il 6 ottobre il governo aveva poi approvato due nuovi decreti che “mantenevano lo spirito” dei due bocciati in parlamento e che, con lo scioglimento della Camera dei deputati e del Senato, saranno votati dal Consiglio permanente del Congresso. La composizione del Consiglio rispecchia quella della Camera dei deputati, il che significa che Sánchez avrà probabilmente voti sufficienti per far approvare almeno uno dei decreti.

La soluzione è arrivata troppo tardi, ha affermato il sindacato degli inquilini di Madrid. “Si è trattato di una situazione del tutto evitabile, al termine di un calvario straziante. Gli eventi scatenati dall’ingiustizia del suo sfratto segnano senza dubbio una svolta nella storia di questo paese: manifestazioni di massa, accampamenti nelle piazze, elezioni anticipate e l’appello allo sciopero generale. Il dibattito sugli affitti è al centro di tutto questo, ma il costo per arrivare a questo punto è stato troppo alto”.
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07 ott 2026, 15:00

Tetto agli alunni e cittadinanza: Vannacci e governo trasformano diritti in privilegio

Quando la cittadinanza diventa un criterio di prevalenza, il principio di uguaglianza smette di essere universale. L'interpretazione di Vannacci dell'articolo 3 della Costituzione e l'introduzione del limite al numero di studenti stranieri per classe da parte del governo evidenziano una tendenza politica precisa: ridefinire l'accesso allo spazio pubblico in base al passaporto.

Eppure la giurisprudenza della Corte costituzionale ha chiarito da decenni che la pari dignità sociale appartiene alla persona in quanto tale quando sono in gioco i diritti inviolabili, a partire dall'istruzione. Al di là dei nodi di diritto, la misura mostra evidenti limiti operativi: nelle aree a forte concentrazione mancano spesso plessi limitrofi per accogliere gli studenti redistribuiti, i servizi di trasporto rischiano di creare disagi alle famiglie e il potenziamento dei docenti di italiano L2 è spesso depotenziato dall'uso del personale per supplenze o incombenze amministrative.

Raramente i diritti fondamentali vengono cancellati da un giorno all'altro. Il processo è più sottile: comincia quando si insinua l'idea che qualcuno abbia più titolo di altri a esercitarli. Quando l'esercizio di una tutela dipende dallo status anagrafico e non dalla dignità della persona, il diritto cessa di essere tale e si trasforma in un privilegio.

https://www.valigiablu.it/tetto-alunni-scuola-cittadinanza-vannacci-meloni/

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Tetto agli alunni e cittadinanza: Vannacci e governo trasformano diritti in privilegio - Valigia Blu

Dal tetto agli alunni stranieri all'articolo 3 della costituzione: quando la cittadinanza prevale sull'uguaglianza, i diritti fondamentali rischiano di diventare privilegi.

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07 ott 2026, 12:47

Anna Politkovskaja, vent’anni dopo. Così la Russia continua a reprimere le sue voci libere

“Anna Politkovskaja era mia amica, la chiamavo Anja. Poi vent’anni fa, nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, è stata uccisa”. Così la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Russia, Mariana Katzarova ha ricordato in un evento al Parlamento Europeo Anna Politkovskaja, la giornalista di Novaya Gazeta uccisa 20 anni fa, nel giorno del compleanno di Putin.

Politkovskaja era conosciuta per le sue inchieste sulla seconda guerra in Cecenia: sparizioni, torture, corruzione e vittime che il potere russo raccontava con un’altra lingua. Oppure, semplicemente, non raccontava affatto.

Esecutori materiali e complici del suo omicidio sono in carcere dal 2014, condannati a oltre dieci anni di reclusione oppure all’ergastolo. Ma dei mandanti che ordinarono di mettere a tacere per sempre una voce ritenuta evidentemente scomoda per il Cremlino, nessuna traccia.

L’impunità della Russia è esattamente il punto da cui partire. Perché al di là dell’esito delle indagini, il caso Politkovskaja non è chiuso e i suoi strascichi continuano a plasmare la società dentro e fuori la Federazione. Nel 2018 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che le autorità russe non avevano svolto un’indagine efficace sulla ricerca di chi aveva commissionato l’assassinio, violando il diritto alla vita prescritto all’inizio della Convenzione europea, nell’articolo 2. La memoria della giornalista continua a essere irrimediabilmente offesa nell’assenza di una verità piena e nel mancato riconoscimento di una responsabilità più alta, quella politica. Senza nome, senza un volto. Inesistente, al punto da continuare a esistere. E a uccidere.

https://www.valigiablu.it/anna-politkovskaja-omicidio-russia-putin-20-anni/

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Anna Politkovskaja, vent’anni dopo. Così la Russia continua a reprimere le sue voci libere - Valigia Blu

Dal 7 ottobre 2006 i mandanti dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja non sono mai stati identificati. Nel frattempo, la repressione del dissenso a Mosca è diventata sistemica e non risparmia neppure chi è costretto all’esilio.

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09 set 2026, 20:06

Guerra USA-Iran: chi comanda davvero nel Golfo

Doveva essere, per la presidenza Trump, una nuova fase della guerra per soggiogare l’Iran: il passaggio dallo scontro militare a un’offensiva economica senza precedenti, che alla fine avrebbe dovuto ottenere quello che oltre quattro decenni di sanzioni e due guerre in meno di un anno non erano riusciti a fare. E invece i recenti attacchi USA nello Stretto di Hormuz (con la risposta dell'Iran sulle basi americane nei paesi vicini) certificano il fallimento della strategia e della narrazione trumpiana.

Anzi, la guerra USA-Iran sta ridisegnando gli equilibri geopolitici nella regione del Golfo. Mentre la Casa Bianca annuncia un’offensiva finanziaria su asset digitali, logistica e commercio globale per mascherare l'esaurimento delle scorte belliche del Pentagono, emergono con forza i limiti dell'unilateralismo statunitense. Il controllo di fatto sui flussi petroliferi di Hormuz si è rivelato per l'Iran una leva di deterrenza persino più determinante dell'opzione atomica, capace di mettere a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche in tutto il Golfo.

Di fronte a questa realtà, i paesi dell'area hanno iniziato a riorganizzarsi in autonomia. La nascita dell'Accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan riflette la costruzione di architetture di sicurezza regionali orientate a ridurre la dipendenza dalla tutela di Washington. Al contempo, il veto di Pechino alle sanzioni secondarie e la continuità degli scambi energetici tra Cina e Teheran confermano l'esistenza di un asse commerciale alternativo e difficilmente scalfibile.

Sono molti gli attori regionali ed extraregionali in campo che stanno facendo sentire più forte la propria voce. Ed è altamente probabile che, alla fine di questa guerra, a fare da dominus nella regione non saranno più né gli USA né il suo egocentrico ed erratico presidente.

Chi è oggi il vero padrone del Golfo e perché la strategia di Trump si è trasformata in un vicolo cieco. Qui la nostra analisi completa 👇
https://www.valigiablu.it/guerra-usa-iran-equilibri-medio-oriente-trump/
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09 set 2026, 20:06

Trump e la guerra all’Iran: sei mesi di fallimenti

A sei mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran, lo scorso 27 agosto Donald Trump ha proclamato "missione compiuta" sul suo social Truth, ma la realtà sul campo racconta l’esatto opposto: la peggiore sconfitta strategica nella storia degli Stati Uniti, scrive l'analista Joe Cirincione.

Nessun cambio di regime a Teheran, il programma nucleare non è stato affatto azzerato e il traffico nello Stretto di Hormuz resta di fatto sotto il controllo iraniano. Nel frattempo, Washington si ritrova con le riserve di missili difensivi prosciugate, gli alleati in Europa e nel Pacifico sempre più scoperti e la propria credibilità internazionale in frantumi.

Tra accordi diplomatici naufragati nel giro di poche settimane, quindici basi pesantemente danneggiate e costi stimati già oltre i 100 miliardi di dollari, la guerra decisa a tavolino dall'amministrazione Trump non ha più vie d'uscita onorevoli. Più il conflitto si trascina, più si consolida come la peggiore sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti.

La vera strategia di Trump sembra quella di lasciare galleggiare irrisolta oltre le elezioni di novembre, con attacchi (che poi si rivelano inconcludenti) improvvisi e risposte dell'Iran su basi USA nei territori vicini, come sta accadendo in queste ore.

Qui l'articolo completo:
https://www.valigiablu.it/trump-guerra-usa-iran-sei-mesi-fallimento/
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09 set 2026, 20:06

Il clima collassa, il governo tace e noi parliamo di Ranucci e woke

Ranucci e Lavitola, i prezzi dei carburanti, la sinistra senza leader, il woke, il business dell’immigrazione, Vannacci che sposta la coalizione ancora più a destra: in questa torrida estate il governo Meloni è riuscito a non parlare mai, né sui social né nelle dichiarazioni alla stampa, del tema che invece è diventato centrale nelle vite di ciascuna o ciascuno di noi. E cioè: come si fronteggiano le temperature altissime di questi mesi?

L’estate è stata un susseguirsi di ondate di calore: ufficialmente siamo alla quinta, che dovrebbe essere persino la più violenta, ma in realtà sin da maggio l’intera Europa ha fatto registrare temperature record. Il 2026 si avvia a diventare l’anno più caldo della storia o, come dicono spesso i movimenti per il clima, rischiamo di ricordare questa estate come la più fresca dei prossimi anni. Quella che storicamente è stata la stagione più amata dalla maggior parte delle persone sta già diventando la stagione più temuta. Persino le spiagge, il luogo simbolo dell’estate, cominciano a diventare luoghi da disertare, dai quali proteggersi.

Cosa stanno facendo le istituzioni? Il silenzio del governo è in fondo il male minore, specie se si considera che, quando parlano di cambiamento climatico, gli esponenti della destra al potere dicono una marea di sciocchezze che, se non fossero gravi, sarebbero ridicole. Quando il presidente del Senato Ignazio La Russa a giugno ha affermato che “ci abitueremo al clima caraibico”, sarebbe bastato porre una semplice domanda, una sola parola: come?

Nel nostro approfondimento abbiamo analizzato i piani e i documenti nazionali che parlano di adattamento climatico, cosa (non) sta facendo il governo per contrastare gli effetti di eventi meteorologici estremi, ondate di calore, consumo di suolo e dissesto idrogeologico e cosa serve fare qui e ora 👇
https://www.valigiablu.it/piano-clima-italia-governo-senza-fondi/
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09 set 2026, 20:06

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Qual è la vera posta in gioco a Taranto

Mentre la città dei due mari ospita i Giochi del Mediterraneo, Taranto continua a restare tragicamente prigioniera del destino della l’ex Ilva, la più grande acciaieria d’Europa che, come scriveva anni fa lo scrittore Alessandro Leogrande, morto prematuramente, è vista come “un Dio infallibile e permaloso che con una mano dispensa lavoro e con l’altra uccide”. Da più di 25 anni la città ogni giorno rivive lo stesso dilemma morale: scegliere (senza poterlo fare) tra salute e lavoro.

«Ogni mattina vengo a lavorare con la coscienza sporca, non ce la faccio più a sostenere questa situazione nella mia mente. Da operaio vengo qui e so che sto facendo un danno alla mia famiglia, ma devo essere costretto a licenziarmi per sentirmi a posto con la mia coscienza. Questa terra non offre nient’altro, non ha mai offerto nient’altro. Dovete prendere in considerazione l’amarezza di questa città», raccontava alcuni anni fa Mimmo Reale, operaio, in uno dei tanti scioperi che si sono susseguiti a cavallo delle vicende dell’ex Ilva che continua a sopravvivere ai tanti cambi di proprietà, tra Stato e privati, ai processi, alle procedure di infrazione europee e ai pareri della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ai tanti studi che certificano gli impatti ambientali, sanitari, sociali ed economici.

Lo scorso luglio undici cittadini, dieci adulti e un bambino affetto da una rara mutazione genetica, hanno ottenuto dai giudici della Corte d’Appello di Milano lo stop entro 90 giorni dell’area a caldo della fabbrica che ha ridotto Taranto per l’ONU a “zona di sacrificio” a causa dell’inquinamento cronico. La Corte d’Appello di Milano, forte dei principi sanciti dalla Corte di Giustizia UE e delle perizie epidemiologiche, ha contestato la mancata rimozione di oltre duemila tonnellate di amianto e l'assenza di limiti stringenti per le polveri sottili nell'ultima Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Nel ricorso gli undici cittadini, guidati dall'associazione Genitori Tarantini, non hanno chiesto indennizzi economici, neanche un euro, ma l’eliminazione dell’esposizione al rischio per la salute individuale e collettiva. 

Il mantenimento della produzione è avvenuto a fronte di costi insostenibili su ogni fronte. Da una parte ci sono i dati sanitari inconfutabili su eccessi di mortalità per tumori polmonari e patologie respiratorie, incrementi di malformazioni congenite e contaminazione da microinquinanti nel latte materno e nei lavoratori; dall’altra un collasso economico che vede l'azienda perdere milioni al giorno, mentre lo Stato continua a iniettare miliardi di euro di risorse pubbliche a fronte di bonifiche territoriali ferme a percentuali irrisorie.

Lo stop imposto dai giudici interviene mentre è in corso la partita della vendita, lasciando aperti enormi interrogativi sul destino di migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Tra offerte d'acquisto al ribasso, proposte industriali – come quella presentata alcuni giorni fa da Federacciai – che escludono proprio l'area a caldo e un contenzioso legale che approda in Cassazione, la città si ritrova ancora una volta al bivio definitivo tra la tutela inderogabile della salute e la ricerca di un modello produttivo mai realmente rinnovato. Taranto tornerà ad abbracciare il proprio futuro, come ha augurato il Presidente della Repubblica all'inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo? 

Qui l'approfondimento completo:
https://www.valigiablu.it/ex-ilva-taranto-storia-futuro-salute-lavoro/
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09 set 2026, 20:06

Islanda nell’Unione Europea: il referendum del 29 agosto e la svolta geopolitica nell’Artico

L’Islanda torna a guardare a Bruxelles. Il 29 agosto l’isola decide attraverso un referendum consultivo se riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea, interrotti oltre un decennio fa.

A spingere per l'integrazione è il governo guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir: in uno scenario geopolitico mutato dall’invasione dell'Ucraina e segnato da crescenti tensioni nell'Artico, l’obiettivo è ridurre la dipendenza militare dagli Stati Uniti e superare un paradosso storico. L’Islanda, infatti, adotta già il 75% delle leggi comunitarie attraverso lo Spazio Economico Europeo, ma non ha alcuna rappresentanza politica per incidere sulle decisioni.

I sondaggi mostrano un paese spaccato a metà. Il fronte del No fa leva sulla difesa della sovranità soprattutto in ambito di politiche agricole e della pesca, spinto da élite e oligarchi che hanno finora goduto dell’accesso esclusivo ai diritti di pesca nelle acque islandesi a partire dagli anni ‘80. E non sorprende dunque che questi ultimi abbiano utilizzato durante la campagna referendaria delle retoriche simpatizzanti del Cremlino contro l’UE. 

Dal canto suo, Bruxelles è pronta a valutare deroghe normative pur di consolidare il proprio presidio strategico a nord, l'eventuale accordo potrebbe ridisegnare la mappa dell'allargamento europeo entro il 2028.

Qui l'articolo completo:
https://www.valigiablu.it/islanda-referendum-adesione-unione-europea-voto/
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09 set 2026, 20:06

L’accordo miliardario per l’accusa di dipendenza da social: perché in realtà non è una sconfitta per Meta come sembra

L’accordo da circa 17 miliardi di dollari tra Meta e 47 Stati americani viene raccontato dai media come una vittoria epocale contro la “social media addiction”. Tuttavia, analizzando la vicenda sul piano giuridico, economico e scientifico, la realtà appare molto diversa.

Non siamo di fronte a una condanna né a un accertamento giudiziale: la transazione è arrivata a processo in corso, senza alcuna ammissione di responsabilità. L’impianto accusatorio non verteva sulla prova clinica di una dipendenza (concetto su cui la letteratura scientifica resta estremamente cauta e priva di diagnosi univoche), ma sulla privacy dei minori (COPPA) e sulla trasparenza delle pratiche commerciali (UDAP).

Sul piano finanziario, la cifra concordata, per quanto apparentemente imponente, corrisponde a circa due mesi di utile netto per l'azienda e verrà spalmata su un decennio. Accettando questo compromesso, Meta non solo disinnesca il rischio di un verdetto imprevedibile e l'esame pubblico dei propri documenti interni, ma ottiene una vittoria narrativa e strategica, ponendosi come apripista negli standard di settore prima che intervengano legislatori meno inclini al negoziato.

Le vere criticità riguardano la tutela dei dati. Per applicare misure come il blocco notturno o il limite cumulativo di utilizzo tra più piattaforme, Meta dovrà implementare sistemi di age assurance capillari. Il paradosso, sollevato tempestivamente da attivisti ed esperti di diritti digitali, è evidente: per tutelare i minori si finisce per imporre la profilazione e la sorveglianza dell'intera base utenti, trasformando un apparato di tracciamento invasivo in un obbligo legale, in assenza di audit indipendenti come nel DSA europeo e di accesso ai dati per la ricerca scientifica.

Su Valigia Blu l'analisi completa del caso, dei suoi risvolti normativi e dei motivi per cui questo accordo rappresenta un'occasione mancata per una regolazione trasparente delle piattaforme digitali:
https://www.valigiablu.it/accordo-meta-social-media-addiction-privacy/
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09 set 2026, 20:06

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Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a immaginarla come una tecnologia immateriale, fatta solo di algoritmi e potenza di calcolo nel cloud. Eppure, perché funzioni, hanno bisogno dei data center, capannoni pieni di server che consumano acqua, suolo, minerali e corrente come qualsiasi altra industria pesante.

In Italia le richieste di allaccio alla rete ad alta tensione per nuovi data center hanno superato i 90 gigawatt, ma tutto quello che oggi gira, sommato, vale circa 0,6 gigawatt: la fila davanti a Terna ne chiede centosessanta volte tanto. La discrepanza tra la potenza richiesta e quella che verrà effettivamente realizzata rivela una dinamica prevalentemente speculativa: veicoli societari a basso capitale sociale e contratti preliminari sui terreni servono spesso a posizionarsi nelle graduatorie di allaccio per poi rivendere le concessioni ai grandi operatori internazionali.

L'impatto di questa transizione ricade direttamente sui territori. Al Sud, progetti annunciati per decine di miliardi rischiano di assorbire l'energia rinnovabile prodotta localmente e di gravare su bacini idrici già esposti a ricorrenti crisi di siccità. Al Nord, la prossimità dei campus ai centri abitati e l'installazione di centinaia di megawatt termici in generatori di riserva a gasolio stanno sollevando le prime opposizioni locali e interrogativi sulla pianificazione urbanistica.

Negli Stati Uniti la mobilitazione dal basso ha già bloccato decine di progetti. Ora il fronte della contestazione si sta aprendo anche in Italia, con la Lombardia e l’area metropolitana milanese nel ruolo di epicentro. Dalla provincia di Milano a quella di Brescia, i comitati locali chiedono tutele chiare contro il consumo di suolo agricolo, l’inquinamento acustico e la pressione sulle reti locali.

Il quadro normativo evidenzia un evidente attrito istituzionale: da un lato le Regioni introducono i primi vincoli per frenare la speculazione sui terreni naturali, dall’altro le decisioni del governo puntano sull'accelerazione dei permessi e sulle semplificazioni procedurali per attrarre investimenti esteri, e blindare questi investimenti qualificandoli come asset di preminente interesse strategico nazionale. L’obiettivo: trasformare il paese nell’hub del Mediterraneo, in uno snodo logistico di calcolo per conto terzi. 

La questione non riguarda il rifiuto dell’innovazione, ma la necessità di stabilire quale sia il limite accettabile per i territori che ospitano queste cattedrali digitali. Senza una pianificazione trasparente e stringente, la transizione tecnologica rischia di trasformarsi in una delle principali crisi ambientali e sociali del decennio.

Restano aperte domande cruciali: quanta corrente, quanta acqua, quanti posti di lavoro, sono le tre domande che in questi due articoli proviamo a fare a chi in Italia sta costruendo data center. E poi: chi si è messo in fila per costruirli, e cosa sta comprando esattamente?

Qui i nostri articoli 👇
https://www.valigiablu.it/data-center-italia-consumo-acqua-energia-rischi/

https://www.valigiablu.it/proteste-data-center-ia-italia-usa/
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09 set 2026, 20:06

La morte del ricercatore Jason Arday e l'accanimento mediatico scatenato dal populismo razzista di destra

La morte a 41 anni del ricercatore Jason Arday è l’esito tragico di un feroce linciaggio mediatico a sfondo razzista che metteva in dubbio la sua carriera, i riconoscimenti professionali dichiarati, ma anche la sua persona.

Divenuto celebre per la sua ascesa dopo una diagnosi infantile di autismo e ritardi nell'apprendimento, Arday è finito nel mirino del ricercatore statunitense Nathan Cofnas, noto per le sue posizioni fortemente contrarie alle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI), che promuovono la partecipazione di tutte le persone e categorie, in particolare di quelle marginalizzate, e per posizioni razziste. Con un software antiplagio, Cofnas ha segnalato sovrapposizioni testuali nella tesi di dottorato del docente e in articoli pubblicati in passato.

Non era la prima volta che Arday e la sua carriera accademica venivano messi in discussione. È stata però la newsletter di Cofnas a dare il via a un accanimento violento contro Arday. Per circa 20 giorni, il suo curriculum, le sue interviste e le sue dichiarazioni, il suo memoir già pubblicato negli Stati Uniti ma non uscito ancora nel Regno Unito, così come le sue conoscenze, sono stati messi al vaglio, interrogati ed esaminati per capire se davvero Arday era chi diceva di essere, e soprattutto se meritava di stare dove stava. Arday è stato trasformato nel capro espiatorio perfetto per una crociata ideologica e razzista contro le politiche DEI.

Un'escalation di oltre duecento articoli d'accusa che ha portato prima alle sue dimissioni forzate per tutelare la propria salute mentale, e poi alla tragedia. “Sebbene le critiche siano una parte inevitabile della vita accademica, ciò che ho subito è andato ben oltre il semplice dissenso scientifico. Le accuse incessanti, le speculazioni e i commenti pubblici hanno avuto un impatto profondamente negativo su di me e sulle persone che amo”, aveva affermato Arday motivando le sue dimissioni.

Le accuse di plagio contro il sociologo non possono essere lette come politicamente neutre e senza tenere in considerazione l’identità di Arday e ciò che per la destra e l’estrema destra rappresentava. Diversi osservatori hanno evidenziato un doppio standard: nell'accademia britannica le irregolarità di docenti bianchi vengono spesso gestite internamente, mentre le figure razzializzate diventano simboli da abbattere, usate prima come vessillo dalle istituzioni e poi lasciate sole nella tempesta.

Diventato un caso nazionale che ha riempito le pagine dei giornali britannici e non solo, il trattamento subito da Arday rivela il razzismo del populismo di destra ed estrema destra, il panico morale generato dalle destre su diversità e inclusione e sfruttato dai media, e lo svilimento di una vita per tornaconti personali.

Qui il nostro articolo completo:
https://www.valigiablu.it/jason-arday-gogna-mediatica-razzismo-destra/
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09 set 2026, 20:06

Cosa succede quando un colosso energetico da novanta miliardi l’anno porta in tribunale professori precari, giovani attivisti, organizzazioni non governative e giornalisti d’inchiesta? I procedimenti legali avviati da Eni contro realtà come Ultima Generazione, Fridays For Future, Greenpeace e ReCommon mettono in luce un cortocircuito profondo: da un lato tribunali strutturalmente impreparati a maneggiare la complessità tecnica e scientifica della crisi climatica, dall'altro un ricorso sistematico alle aule di giustizia per tutelare l'immagine aziendale e arginare il dissenso.

È il fenomeno delle SLAPP, le cause bavaglio pensate per intimidire e silenziare la partecipazione pubblica attraverso un evidente dislivello di risorse e potere economico. Un fenomeno in cui l'Italia detiene il primato europeo per incidenza, mentre la politica ritarda e svuota l'applicazione delle tutele europee contro le querele temerarie.

Il giornalista Andrea Turco, esperto di ambiente, energia ed economia circolare, ha raccontato cosa ha imparato dalle due udienze a cui ha partecipato nei processi contro gli attivisti climatici 👇
https://www.valigiablu.it/eni-processi-attivisti-clima-slapp/
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09 set 2026, 20:06

Basta una battuta informale di un consigliere comunale di Brooklyn, tradotta male e rilanciata senza verifiche, per costruire un caso politico e trascinare il dibattito italiano in una trappola ideologica? È quello che è successo con l'ennesima crociata contro il woke, cavalcata contemporaneamente da Giuseppe Conte, Matteo Renzi e da diverse testate nazionali sulla base di un virgolettato attribuito ad Alexandria Ocasio-Cortez che la deputata democratica non ha mai pronunciato.

Dietro la facciata della lotta al "politicamente corretto" o alla cosiddetta "dittatura delle minoranze" non c'è una discussione astratta sul linguaggio, ma una precisa strategia politica: una narrazione tossica costruita a tavolino dall'estrema destra conservatrice americana per rendere impopolari le battaglie civili e giustificare un arretramento autoritario. Quando in diversi Stati USA si dichiara guerra al "woke", le conseguenze sono materiali e immediate: licenziamenti, censura accademica e divieti che bloccano l'accesso alle cure sanitarie per le persone transgender e colpiscono le minoranze.

Presentare i diritti civili come un lusso identitario opposto ai bisogni economici della classe lavoratrice è una falsa dicotomia, smentita dai numeri e dalle vittorie concrete di chi tiene insieme giustizia sociale, sanità pubblica, casa e tutele per tutti.

Importare le categorie dei think tank reazionari per regolare i conti interni al centrosinistra finisce solo per legittimare l'agenda degli avversari politici. È a quest'agenda che ha aderito implicitamente Giuseppe Conte con la sua lettera a Repubblica (seguito a ruota da Matteo Renzi), avviando un dibattito surreale su woke e sinistra viziato fin dalle fondamenta.

Qui il nostro approfondimento completo:
https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/
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