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News Academy fornisce una piattaforma per analisi esclusive, ricerche e commenti politici sugli affari globali. Ci occupiamo di questioni politiche, economiche, sociali e di sicurezza in tutto il mondo. Https://newsacademy.it

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Created10 apr 2026
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Ultimi post

Ma non possiede il peso del Brasile.
Il Brasile sì.
Ed è contemporaneamente legato alla Cina, membro dei BRICS e leader naturale del Sud America.
Ecco perché riportarlo verso Washington avrebbe un valore enormemente superiore alla semplice vittoria elettorale di un candidato politicamente più compatibile.
E l'Europa?
Sul fondo compare infine un altro attore.
L'Unione Europea.
Una maggiore convergenza tra Brasile e Argentina potrebbe rafforzare il Mercosur proprio mentre l'agricoltura europea affronta una concorrenza crescente.
Il paradosso è notevole.
Gli Stati Uniti cercano di consolidare il proprio spazio strategico.
La Cina cerca di preservare quello conquistato negli ultimi vent'anni.
I BRICS cercano faticosamente di costruirne uno nuovo.
E l'Europa rischia ancora una volta di trovarsi nel mezzo: sufficientemente grande da subire le conseguenze della competizione, ma non sempre sufficientemente autonoma da determinarne la direzione.
Mentre Washington ragiona in termini di emisfero, Pechino in termini di corridoi commerciali e approvvigionamenti strategici e i BRICS discutono di nuovi strumenti finanziari, Bruxelles continua spesso a muoversi dentro una logica prevalentemente regolatoria.
Gli altri costruiscono spazi di potere.
L'Europa costruisce regole dentro spazi che rischiano di essere costruiti dagli altri.
Il 25 ottobre
E arriviamo così al secondo turno.
La domanda immediata sarà naturalmente chi governerà il Brasile.
Ma quella geopoliticamente più interessante è un'altra:
quanto potere conservano gli Stati Uniti per direzionare gli equilibri politici del proprio emisfero?
Washington ha interesse a contenere la penetrazione cinese.
Ha interesse a rallentare qualsiasi processo capace di ridurre la centralità del dollaro.
Ha interesse a impedire che i BRICS evolvano da forum di coordinamento a struttura economica realmente alternativa.
E ha un interesse evidente nel mantenere il Brasile all'interno di un perimetro strategico compatibile con il proprio.
Questo non significa che possa ottenere automaticamente ciò che desidera.
Il Brasile ha più di duecento milioni di abitanti, interessi economici giganteschi legati alla Cina, proprie élite economiche, proprie istituzioni, proprie contraddizioni e soprattutto un proprio elettorato.
Ed è proprio qui che il 25 ottobre diventa interessante.
Non perché scopriremo semplicemente se vincerà Lula o Bolsonaro.
Scopriremo qualcosa anche sulla capacità degli Stati Uniti di ricostruire quella sfera d'influenza latinoamericana che per decenni avevano considerato quasi naturale e che l'ascesa della Cina e dei BRICS ha progressivamente cominciato a erodere.
Rallentare i BRICS, per Washington, non è un dettaglio.
È una necessità strategica.
E rendere più tiepido uno dei loro membri fondatori potrebbe essere molto più efficace che tentare di distruggere il blocco dall'esterno.
Il Brasile rimarrebbe nei BRICS.
Ma i BRICS avrebbero un Brasile diverso.
E forse è proprio questo il risultato più importante che Washington cerca.
Poi rimane un problema.
Quello che accompagna tutte le grandi potenze quando finiscono per confondere la propria capacità di esercitare pressione con la capacità di determinare la storia:
volerlo non significa riuscirci.
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Aumentare le divergenze tra i loro membri.
Mantenere allo stato embrionale le infrastrutture finanziarie alternative.
Fare in modo che rimangano un grande forum politico ed economico senza riuscire a trasformarsi in un sistema capace di ridurre concretamente la dipendenza dalle strutture finanziarie occidentali.
E da questo punto di vista il Brasile è fondamentale.
Non è soltanto uno dei membri fondatori.
È una grande economia, una potenza agricola, possiede immense risorse naturali, esercita un'influenza determinante sul Sud America ed è contemporaneamente collocato nel cuore dell'emisfero che Washington considera strategicamente proprio.
Il Brasile è quindi il luogo nel quale due geografie del potere cominciano a sovrapporsi.
Quella americana, costruita nel corso di due secoli.
E quella multipolare, ancora incompleta, contraddittoria, ma ormai abbastanza sviluppata da rappresentare un problema.
Per questo non occorre necessariamente portare il Brasile fuori dai BRICS.
Potrebbe bastare molto meno.
Un Brasile che rallenta i progetti di integrazione finanziaria.
Un Brasile contrario alla dedollarizzazione.
Un Brasile meno disponibile verso sistemi alternativi di pagamento.
Un Brasile politicamente più vicino a Washington.
Formalmente sarebbe ancora dentro i BRICS.
Politicamente sarebbe già un altro Brasile.
Direzionare l'elettorato
È dentro questo quadro che va osservata la pressione americana.
La volontà di direzionare l'elettorato non costituisce certo un'invenzione del XXI secolo.
Non significa decidere materialmente cosa un cittadino debba scrivere sulla scheda.
Significa qualcosa di molto più sofisticato.
Significa contribuire a costruire l'ambiente nel quale quella decisione viene presa.
Pressioni economiche, relazioni diplomatiche, aspettative dei mercati, sostegno politico, isolamento internazionale, incentivi, sanzioni, narrazioni mediatiche: una grande potenza possiede molti strumenti per tentare di modificare il costo percepito di una scelta politica rispetto a un'altra.
Nel caso brasiliano la questione non è più soltanto teorica.
L'intelligence brasiliana ha riferito a interlocutori europei di presunte interferenze statunitensi, mentre Washington respinge queste accuse. Trump ha seguito apertamente la vicenda politica brasiliana e il rapporto tra trumpismo e bolsonarismo è ormai parte visibile dello scenario politico continentale.
Non occorre quindi immaginare fili invisibili.
Molti fili sono perfettamente visibili.
La questione interessante è capire quanto riescano ancora a tirare.
Perché direzionare non significa controllare.
E soprattutto non significa necessariamente riuscire.
Il ritorno della macrozona americana
Qui la partita brasiliana si inserisce in qualcosa di ancora più grande.
Trump sembra perseguire una ricostruzione molto più netta dello spazio strategico americano.
Un emisfero occidentale nel quale gli Stati Uniti rimangano il centro finanziario, monetario, tecnologico e militare; nel quale le risorse strategiche non finiscano sotto il controllo dei principali concorrenti; nel quale il dollaro mantenga la propria centralità e nel quale potenze esterne, soprattutto la Cina, possano commerciare, ma incontrino limiti quando il commercio comincia a trasformarsi in potere.
Una vera macrozona americana.
Quasi un miliardo di abitanti tra Nord, Centro e Sud America e Caraibi, enormi risorse energetiche, alimentari e minerarie e un mercato potenzialmente integrato intorno alla principale potenza economica e militare occidentale.
Vista da questa prospettiva, la battaglia brasiliana assume un significato completamente diverso.
Il Brasile è probabilmente il paese dell'emisfero con le dimensioni economiche e politiche necessarie per opporsi realmente a una simile ricomposizione gerarchica.
Cuba può opporsi politicamente.
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Cadde l'Unione Sovietica.
Finì la Guerra fredda.
Scomparve il nemico che per decenni aveva giustificato quella politica.
Ma non scomparve l'interesse americano per l'orientamento politico dell'emisfero occidentale.
Cambiarono soprattutto gli strumenti.
Alla repressione militare e all'anticomunismo della Guerra fredda si sovrapposero progressivamente credito internazionale, liberalizzazione finanziaria, privatizzazioni, apertura ai capitali, condizionalità economiche, sanzioni e pressione diplomatica.
Oggi siamo entrati in una terza fase.
Donald Trump sembra quasi voler rifare una verginità a una politica che vergine non è mai stata.
Non si parla più di contenimento del comunismo.
Si parla di sicurezza economica, tutela delle catene di approvvigionamento, minerali critici, difesa del dollaro e sicurezza dell'emisfero occidentale.
La confezione cambia.
L'interesse strategico molto meno.
E soprattutto è cambiato il nome del concorrente.
I giovani comunisti e socialisti latinoamericani non rappresentano più la minaccia strategica che Washington vedeva negli anni Sessanta e Settanta.
L'Unione Sovietica non esiste più.
Oggi il problema si chiama Cina.
E dietro la Cina compare qualcosa di ancora più insidioso per l'ordine costruito intorno alla centralità americana: la possibilità che grandi paesi del Sud globale comincino a costruire strumenti economici e finanziari capaci di funzionare, almeno in parte, fuori dal sistema dominato dagli Stati Uniti.
È qui che la storia torna al presente.
Perché questa volta non bisogna far scomparire i giovani.
Bisogna impedire che emerga un'alternativa.
E per Washington rallentare i BRICS può essere molto più efficace che tentare di combatterli frontalmente.
Il problema cinese
La penetrazione cinese in America Latina rappresenta una trasformazione che Washington non può ignorare.
Il problema non consiste semplicemente nel fatto che il Brasile venda enormi quantità di soia, minerali e petrolio alla Cina.
Il commercio, da solo, non modifica necessariamente un equilibrio geopolitico.
Il problema nasce quando il commercio genera infrastrutture, gli investimenti creano relazioni di lungo periodo, il capitale produce dipendenze reciproche e quelle relazioni cominciano progressivamente a offrire ai governi latinoamericani alternative a Washington.
È questo il passaggio decisivo.
Gli Stati Uniti mantengono ancora un'enorme presenza finanziaria nella regione. Nel 2024 rappresentavano circa il 38% degli investimenti diretti esteri entrati in America Latina e nei Caraibi.
Ma la Cina ha conquistato qualcosa che trent'anni fa semplicemente non possedeva: spazio.
Spazio commerciale.
Spazio finanziario.
Spazio infrastrutturale.
E inevitabilmente spazio politico.
Il Brasile si trova esattamente al centro di questa trasformazione.
Pechino è troppo importante per l'economia brasiliana perché qualsiasi governo possa semplicemente decidere di cancellarla dall'equazione.
Per Washington, quindi, l'obiettivo realistico non può essere necessariamente espellere la Cina dal Brasile.
Può essere impedirle di trasformare la propria presenza economica in una presenza strategica capace di mettere in discussione la centralità americana nell'emisfero.
Ed è qui che entrano in gioco i BRICS.
Rallentare i BRICS
Trump ha già indicato apertamente nei progetti di riduzione della dipendenza dal dollaro una minaccia agli interessi americani.
Bisogna però evitare un equivoco.
I BRICS non dispongono oggi di una moneta comune pronta a sostituire il dollaro. Le differenze tra i membri sono enormi e i progetti di sistemi alternativi di pagamento e regolamento finanziario incontrano ostacoli tecnici e politici considerevoli.
Ma proprio per questo Washington non ha necessariamente bisogno di distruggere i BRICS.
È sufficiente rallentarli.
Dividerli.
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Sua madre, la stilista Zuzu Angel, trasformò la ricerca del figlio in una denuncia pubblica della dittatura brasiliana anche all'estero.
Stuart divenne uno dei desaparecidos brasiliani.
Perché i desaparecidos non furono soltanto argentini.
Il fenomeno raggiunse in Argentina dimensioni enormemente superiori e sarebbe poi diventato uno dei simboli mondiali del terrorismo di Stato latinoamericano, ma sequestri, torture, esecuzioni clandestine e sparizioni forzate appartengono anche alla storia della dittatura brasiliana.
Un altro caso emblematico fu quello della Guerrilha do Araguaia, organizzata dal Partido Comunista do Brasil nelle regioni amazzoniche tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta.
Qui bisogna essere precisi: si trattava effettivamente di un'organizzazione armata che intendeva combattere il regime.
Ma anche questo non autorizzava lo Stato a far sparire i prigionieri.
Le operazioni militari distrussero la guerriglia e numerosi militanti catturati o uccisi scomparvero senza che i loro resti venissero restituiti alle famiglie. Decenni dopo, il destino di molti di loro sarebbe rimasto uno dei grandi contenziosi sulla memoria della dittatura.
La Comissão Nacional da Verdade, istituita dal Brasile democratico, avrebbe successivamente documentato centinaia di casi di morti e desaparecidos politici e indicato centinaia di responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse durante la dittatura.
Questo è importante perché restituisce significato alle parole.
“Combattere la sovversione” non significò semplicemente affrontare organizzazioni armate.
Significò costruire un sistema capace di sorvegliare, arrestare, censurare e reprimere un'intera area politica considerata incompatibile con l'ordine che il regime intendeva preservare.
E il Brasile non era un'eccezione isolata.
In Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e altri paesi sudamericani ritroviamo, con intensità e caratteristiche differenti, lo stesso grande conflitto della Guerra fredda latinoamericana.
L'Operazione Condor trasformò poi la repressione in una rete transnazionale: gli apparati delle dittature collaboravano nello scambio di informazioni e nella persecuzione degli oppositori oltre le rispettive frontiere.
In Argentina il meccanismo raggiunse una dimensione ancora più brutale. Migliaia di giovani, studenti, sindacalisti, militanti della sinistra, peronisti rivoluzionari e oppositori vennero sequestrati e fatti scomparire.
I desaparecidos diventarono il simbolo di una generazione che lo Stato aveva deciso non soltanto di sconfiggere politicamente, ma in molti casi di cancellare fisicamente.
Ed è impossibile raccontare questa storia fingendo che gli Stati Uniti fossero semplicemente seduti in tribuna.
Washington considerava l'espansione della sinistra latinoamericana un problema strategico e vedeva nei governi anticomunisti un argine alla penetrazione sovietica nell'emisfero occidentale. In Brasile il coinvolgimento americano nel 1964 è documentato; più in generale, i rapporti degli Stati Uniti con le dittature anticomuniste latinoamericane costituiscono una parte fondamentale della storia della Guerra fredda nel continente.
Questo non significa attribuire a Washington ogni arresto, ogni tortura o ogni crimine commesso dalle dittature locali.
Le responsabilità dirette appartengono anche, e innanzitutto, agli apparati politici e militari che quei crimini decisero e materialmente eseguirono.
Ma significa riconoscere il sistema internazionale nel quale operarono.
Gli Stati Uniti volevano impedire che l'America Latina si spostasse verso il campo sovietico.
E per raggiungere quell'obiettivo furono disposti a convivere, sostenere o collaborare con governi che consideravano politicamente funzionali al contenimento del comunismo.
Poi il mondo cambiò.
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La prima riguarda Lula.
I sondaggi lo avevano indicato a lungo in vantaggio, mentre dalle urne è uscito dietro Bolsonaro. Il margine è ridotto e non consente di considerare deciso il ballottaggio, ma il precedente storico merita attenzione: dal 2002, ogni elezione presidenziale brasiliana arrivata al secondo turno è stata vinta dal candidato che aveva ottenuto più voti al primo.
Questa volta, inoltre, il voto presidenziale è accompagnato da uno spostamento significativo degli equilibri parlamentari verso destra.
C'è poi l'economia.
Il Brasile arriva alle elezioni con tassi d'interesse estremamente elevati: la Selic, dopo il recente taglio, rimane al 13,75%. Il credito è costoso e l'economia mostra segnali di rallentamento.
Non sorprende quindi che una parte dell'elettorato abbia trasformato il voto anche in un giudizio sulla gestione economica.
Ma fermarsi all'economia significherebbe osservare soltanto metà del quadro.
Perché il Brasile non è semplicemente la maggiore economia dell'America Latina.
È diventato uno dei punti nei quali si incrociano tre processi molto più grandi: la ricostruzione della sfera d'influenza americana nell'emisfero occidentale, l'espansione economica cinese e il tentativo dei BRICS di costruire progressivamente spazi di autonomia rispetto all'ordine finanziario dominato dall'Occidente.
Ed è qui che queste elezioni diventano geopoliticamente molto più interessanti.
Il cortile non è mai scomparso
La volontà statunitense di influenzare l'orientamento politico dell'America Latina non nasce certamente con Donald Trump.
Conosciamo la storia.
In Brasile il punto di svolta arrivò nel 1964, quando il presidente João Goulart venne rovesciato dai militari. Washington non fu uno spettatore neutrale. L'amministrazione Johnson accolse favorevolmente la caduta di Goulart e predispose l'Operazione Brother Sam, che avrebbe dovuto fornire appoggio logistico ai golpisti qualora la situazione lo avesse richiesto.
Il sostegno divenne inutile perché il governo crollò rapidamente.
Cominciò così la dittatura militare brasiliana, destinata a durare fino al 1985.
Ma quando raccontiamo quella repressione utilizzando formule generiche come “lotta alla sovversione”, rischiamo di cancellare proprio le persone contro cui quella macchina venne costruita.
Gli oppositori appartenevano soprattutto all'area della sinistra: comunisti, marxisti, socialisti, sindacalisti, dirigenti studenteschi, militanti delle organizzazioni rivoluzionarie, intellettuali e oppositori del regime. Una parte della sinistra radicale scelse anche la lotta armata contro la dittatura; moltissimi altri oppositori non appartenevano invece ad alcuna organizzazione guerrigliera.
Ed erano spesso giovani.
Il movimento studentesco divenne uno dei grandi terreni dello scontro. Nel marzo del 1968, a Rio de Janeiro, la polizia militare intervenne contro una protesta studentesca nel ristorante Calabouço. Edson Luís de Lima Souto aveva diciotto anni quando venne ucciso dalla polizia.
La sua morte divenne un simbolo.
Migliaia di persone parteciparono al funerale e pochi mesi dopo Rio vide la Passeata dos Cem Mil, una delle più grandi manifestazioni contro il regime militare.
La risposta della dittatura fu un'ulteriore stretta.
Con l'Ato Institucional nº 5, nel dicembre 1968, il regime entrò nella sua fase più dura: sospensione delle garanzie politiche, censura, repressione degli oppositori, arresti arbitrari e ampliamento dei poteri degli apparati di sicurezza.
Fu dentro questo sistema che tortura, omicidi politici e sparizioni forzate diventarono strumenti della repressione statale.
Uno dei nomi che meglio raccontano quella stagione è quello di Stuart Angel Jones.
Brasiliano, militante del Movimento Revolucionário 8 de Outubro, aveva venticinque anni quando nel 1971 venne arrestato dagli apparati repressivi. Fu torturato e ucciso; il suo corpo non venne restituito alla famiglia.
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Brasile: il voto che misura il potere americano sull’America Latina

di Gianfranco Uccheddu

Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane racconta molto più di una competizione tra Flávio Bolsonaro e Luiz Inácio Lula da Silva.
Il risultato definitivo, 47,03% a Bolsonaro contro il 45,16% di Lula, porta entrambi al secondo turno del 25 ottobre, ma consegna già alcune indicazioni politiche importanti.

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È MORTA EMMA BONINO. RICORDIAMO CHI ERA OLTRE LA PROPAGANDA DI REGIME!

Aveva 78 anni. Se ne va una delle figure più negative della Seconda Repubblica, una persona che ha dedicato la sua intera vita alla lotta contro le esigenze del popolo italiano, favorendo quelle delle cosche finanziarie occidentali, simbolo di uno spietato neoliberismo radicale votato alla demolizione di qualsiasi forma di equità e democrazia economica.

La Bonino voleva abolire l'art. 18. Lo chiamava "vincolo che blocca le assunzioni". Voleva togliere la reintegra per licenziamento illegittimo. Il referendum fallì miseramente, 66% di NO, ma quelle idee fecero da spaccaghiaccio per le riforme poi concretizzate dal trio delle meraviglie Monti-Fornero e Renzi col Jobs Act.

Paladina della precarietà, pretendeva contratti a termine e part-time totalmente deregolamentati che spacciava manipolatoriamente attraverso la viscida retorica della "flessibilità". La risultante delle idee della Bonino la abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, poiché ha generato l'attuale panorama di precarietà strutturale. Milioni e milioni di precari, senza un presente e con l'incubo di un futuro infausto... alla faccia di chi si lamenta che poi la gente non faccia più figli.

La Bonino voleva superare l'INAIL obbligatorio per aprire il settore al mercato delle assicurazioni private, trasformando la tutela di chi muore in fabbrica in un mastodontico business per multinazionali assicurative e banche.

La Bonino è stata una delle figure che ha aperto al superamento della sanità pubblica. Pur non avendo mai affermato pubblicamente di volerla sopprimere, spingeva per aprire alle assicurazioni private anche in questo settore. Ci provò con tutte le sue forze, ma il quesito referendario venne bocciato come inammissibile. Non ce la fece, ma la cosiddetta finestra di Overton era ormai spalancata. Abbiamo poi visto che fine ha fatto la sanità pubblica.

Emma sostenne a spada tratta l'idea di un sistema previdenziale basato sull'innalzamento dell'età pensionabile e sull'aumento degli anni di contributi necessari. Quando hai passato la vita fra gli scranni percependo 15.000 euro al mese, l'innalzamento dell'età pensionabile non è un tuo problema, d'altronde.

Questo era il suo sogno. Un sogno liberista che poi Bruxelles, Monti, Forza Italia, PD, Renzi, Draghi & co. hanno realizzato pezzo per pezzo.
Questa gente ha sempre chiamato "flessibilità" ciò che per le persone si tramutava nell'incubo di una vita di sacrifici senza diritti.

Fanatica europeista, atlantista, suprematista occidentale, guerrafondaia, sionista, antisocialista ma soprattutto anti-italiana, Emma Bonino ha funto da cavallo di Troia per quello spietato neoliberismo ipercapitalista che, spostando tutta l'attenzione su "diritti civili" sostanzialmente "vuoti", ha avuto il compito di distruggere qualsiasi sacrosanto diritto sociale in nome e per conto degli interessi elitari del capitale.

Malata da tempo, nemmeno durante la sua infermità ha mancato di dare il proprio contributo alla decadenza del nostro Paese, appoggiando con le poche forze rimaste ogni politica lesiva nei confronti delle esigenze delle persone comuni e della classe lavoratrice.

Non mancherà a coloro i quali hanno a cuore il ripristino dei diritti violati, il rifiuto del giogo neoliberista, l'uscita dalla sfera d'influenza anglo-americana, ed a chiunque lotti quotidianamente affinché la supremazia degli interessi finanziari, bancari ed elitari, che utilizzano la speculazione come arma di ricatto verso popoli e paesi, smetta di opprimerci.

Sponsor della sionista "Big Pharma" durante la fase pandemica, ricorderemo la Bonino soprattutto per il suo:

"Sì, collaboro con Soros e ne vado fiera. Prendo soldi da lui? Sono contributi regolari e li rivendichiamo."

Ricordiamola così:

https://www.facebook.com/share/v/1CCf5EySM6/


Grazie a:
http://t.me/ugofuoco
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IL "DOOMSDAY BOOK" DI NETANYAHU E LA LOGICA DELLA SOPRAVVIVENZA ASSOLUTA

di Gianfranco Uccheddu

L'ultimo articolo di Seymour Hersh riporta al centro dell'attenzione una questione raramente affrontata nel dibattito pubblico occidentale: il rapporto tra la strategia israeliana, la deterrenza nucleare e la percezione di una minaccia esistenziale.

Da decenni Hersh sostiene che Israele non possa essere compreso attraverso le normali categorie con cui vengono analizzate le altre potenze regionali.

La sua tesi è che la leadership israeliana abbia sviluppato una particolare cultura strategica, fondata sull'idea che la sopravvivenza dello Stato rappresenti un valore assoluto, superiore a qualsiasi altra considerazione politica o diplomatica.

Segue
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LA GRANDE PARTITA PER L'ASIA CENTRALE

di Gianfranco Uccheddu

Le visite quasi contemporanee del Presidente russo in Kazakistan e del Segretario di Stato statunitense in Armenia mostrano come la competizione per lo spazio post-sovietico stia entrando in una nuova fase.

A prima vista potrebbe sembrare la consueta rivalità tra Russia e Occidente. In realtà il problema che emerge è molto più profondo e riguarda la natura stessa dell'influenza geopolitica nel XXI secolo.
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Ritrovato il corpo di una degli scienziati scomparsi negli ultimi mesi, che lavoravano per laboratori segreti negli USA

🇺🇸 THE TRUTH IS OUT THERE

➡️Il corpo della dipendente scomparsa del laboratorio nucleare è stato ritrovato 11 mesi dopo che era misteriosamente uscita di casa ed era svanita nel nulla. La polizia dello Stato del Nuovo Messico ha comunicato che i resti di Melissa Casias (54 anni), vista viva per l'ultima volta il 26 giugno 2025, sono stati identificati.

🔴Il suo corpo è stato trovato nella zona di McGaffey Ridge nella Foresta Nazionale di Carson, a circa sei miglia dal luogo in cui era stata vista l'ultima volta camminare prima della scomparsa. La polizia ha riferito che il corpo è stato scoperto da un escursionista nel bosco; accanto ad esso giaceva una pistola. La causa della morte e l'orario esatto del decesso dovranno ancora essere stabiliti dall'Ufficio del Medico Legale del Nuovo Messico.

🔴Melissa Casias lavorava come assistente amministrativo presso il Los Alamos National Laboratory (LANL) — una struttura fondata nell'ambito del Progetto Manhattan durante la Seconda Guerra Mondiale. Da allora, il laboratorio è strettamente legato alla ricerca nel campo delle armi nucleari.

🔴La scomparsa di Casias viene collegata a una serie di decessi e sparizioni di scienziati e dipendenti di istituzioni statali statunitensi, che lavoravano in strutture ultra-segrete e presumibilmente possedevano conoscenze su temi sensibili legati alla sicurezza nazionale. Le circostanze del caso Casias sono particolarmente allarmanti: la moglie e madre, prima di andarsene, ha cancellato tutti i dati dai telefoni, li ha lasciati a casa insieme ai documenti ed è semplicemente uscita di casa a Ranchos de Taos nel giugno dello scorso anno.

🔴Non è ancora noto da quanto tempo il corpo si trovasse nel bosco prima del ritrovamento, sebbene quest'area facesse parte di un ampio progetto di riforestazione del Servizio Forestale degli Stati Uniti — dove squadre di lavoratori operavano regolarmente dal dicembre 2025. La polizia del Nuovo Messico ha comunicato che gli investigatori continuano a ispezionare il luogo del ritrovamento e cercano di stabilire la provenienza della pistola. Potrebbero volerci diversi giorni. Al momento, non è noto se la pistola appartenesse alla stessa Casias o a qualcun altro.

🔴Casias è scomparsa dopo aver accompagnato il marito (che lavora anch'egli nel laboratorio) al lavoro a Los Alamos (a circa 70 miglia da casa) quella mattina. Lei stessa non si è presentata al lavoro. Secondo il marito Mark (sovrintendente del laboratorio), quella mattina aveva con sé il badge di accesso. Tuttavia, in seguito ha detto alla figlia di aver dimenticato il badge e di tornare a lavorare da casa.

🔴Nonostante ciò, è tornata a casa, ha lasciato i telefoni aziendali e personali (entrambi erano stati completamente ripristinati alle impostazioni di fabbrica — tutti i dati cancellati), ed è uscita. Le telecamere di sorveglianza l'hanno ripresa per l'ultima volta mentre camminava da sola verso est lungo la State Road 518 intorno alle 14:20. Il luogo in cui è stato ritrovato il corpo si trova a sole 5-6 miglia da questa strada.

🔴Casias era una delle quattro persone scomparse legate ai programmi di difesa e nucleari degli Stati Uniti. Nel Nuovo Messico, nell'ultimo anno, in circostanze simili, sono scomparse altre tre persone con collegamenti a strutture nucleari. «La verità è là fuori»?

Fonte

Info Defense
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Video
Questo quello che succede ai nostri agricoltori.
Fate girare il video e condividetelo il più possibile. Vogliono cancellare la nostra agricoltura e farci mangiare quello che vogliono loro
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E come da copione.. Roma:


Nel frattempo nella periferia italiana dell'Impero, dove galoppa la povertà assoluta, si specula anche sul cibo con la spesa alimentare a rate.

A Roma una catena di ipermercati, in collaborazione con una società finanziaria, ha introdotto questa modalità di pagamento per l'acquisto della spesa al supermercato.
Si può pagare a rate, come si fa normalmente per un'automobile o un grande elettrodomestico, con tre opzioni:
- differire l'intero importo a 30 giorni senza costi aggiuntivi;
- dividere la somma in tre rate mensili a tasso zero;
- optare per un finanziamento da 6 a 12 rate, quest'ultimo con un tasso di interesse.

Anche i beni primari e irrinunciabili vengono sottoposti alla speculazione finanziaria, creando pericolose bolle di debito persino sui beni che la nostra Costituzione garantisce all'art. 3

Fonte: l'Antidiolomatico
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Sul perché l'invasione di Melilla e Ceuta è stata "programmata".
In più aggiungo che la Spagna ha vinto i mondiali in America e questa è un onta per Trump che non si può lasciar passare senza reagire 😡

L'invasione di migliaia di marocchini a Melilla, o come Trump e Netanyahu si vendicano della Spagna per il sostegno alla Palestina.

Ieri pomeriggio, oltre 3.000 rifugiati marocchini hanno sfondato l'unico valico di frontiera terrestre tra Marocco e Spagna, entrando nelle città spagnole enclave di Melilla e Ceuta, situate oltre lo Stretto di Gibilterra rispetto alla Spagna.

Ma qual è il trucco e cosa c'entra tutto questo con la Palestina e Israele?

Il fatto è che il Marocco ha rivendicazioni territoriali sulla Spagna e, a mio modesto parere, definisce senza fondamento Melilla e Ceuta come territori occupati, considerandoli parte del Marocco, mentre la Spagna nega completamente queste accuse.

In realtà, Melilla e Ceuta appartengono assolutamente alla Spagna in modo legittimo. Spiegherò perché:

1. Sono più antiche del Marocco stesso: Melilla fu fondata dagli spagnoli nel 1497, prima ancora che sorgesse lo Stato moderno del Marocco, che trae origine dalla dinastia degli Alawiti, fondata nel 1666. Cioè, l'attuale Marocco è nato 169 anni dopo la fondazione di Melilla, e la città non può in alcun modo appartenere al Marocco.

2. In un referendum, gli stessi abitanti di Melilla hanno deciso di voler rimanere parte della Spagna.

3. La stragrande maggioranza dei cittadini è spagnola.

La città di Ceuta, invece, passò alla Spagna dal Portogallo.

Tuttavia, le relazioni tra Spagna, Stati Uniti e Israele sono state compromesse dopo che il Primo Ministro Pedro Sánchez ha accusato Israele di genocidio contro gli abitanti di Gaza.

A sua volta, il Marocco, essendo uno Stato arabo-musulmano, è passato completamente sotto il controllo di America e Israele, a partire dagli Accordi di Abramo, fino al fatto che il re Mohammed ha intitolato la principale nuova strada del Paese a Donald Trump, il che la dice lunga.

È proprio per questo che l'amministrazione statunitense ha permesso al Marocco di compiere questa provocazione e di fatto di conquistare la città spagnola senza sparare un colpo, usando i corpi di poveri disperati in cerca di una vita migliore, compiendo un genocidio demografico a Melilla.

Ciò mina la popolarità dell'élite filo-palestinese al potere in Spagna, il che potrebbe portare al potere la destra, che sosterrà Trump e Israele.

UPD La Guardia Civile spagnola, ieri sera tardi, ha stimato che circa 40.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco alla Spagna. Questa stima, probabilmente, è già obsoleta al momento della stesura di questo post.

Fonte
Info Defense
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La retorica russofoba unita a questa esigenza di aumentare le spese militari, è significativa e ricorda parecchio la retorica bellicista precedente la prima guerra mondiale. Ne parla proprio Barbero in una lezione. Lo storico afferma che nei primi del novecento andava fortissimo un genere letterario che immaginava il proprio paese debole e circondato dai nemici. In questo modo l’opinione pubblica veniva spinta verso la richiesta di sicurezza e riarmo. E infatti, nei cinque anni precedenti la prima guerra mondiale, i paesi europei (Italia compresa) aumentarono le spese militari del 50%, nell’illusione di essere così più sicure. Lo storico chiama questo processo “paradosso della sicurezza”, perché ogni potenza che si riarma per sentirsi sicura spinge poi le altre a fare lo stesso, in un circolo vizioso che viene interrotto solo da un conflitto.

Cosa accadde poi, lo sappiamo. La Germania, sentendosi minacciata prima dall’Inghilterra e poi dalla Francia, arrivò a un punto in cui il proprio capo di stato maggiore, von Moltke, dichiarò ai primi di giugno 1914, di essere pronta alla guerra, proprio per anticipare il riarmo altrui. Di lì a quattro settimane ci sarebbe stato l’attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando, che venne usato come pretesto per dare il via al confronto bellico.

Insomma, le analogie sono davvero inquietanti, eccetto il pericolo di una guerra altamente distruttiva dovuto a uno scambio nucleare, che gli USA non sono disposti a rischiare sul loro territorio, anche perché finirebbe il mondo. E in tal caso, cosa mai ci sarebbe da dominare? Solo un deserto radioattivo.

L’Europa, dunque, potrebbe essere considerata il proxy perfetto, il territorio dello scontro finale, grazie a una classe politica europea inetta, ottusa e incapace di tutelare gli interessi del continente (ma cosa vuoi farci? Quando il capitalismo angloamericano domina, il risultato non può essere che questo). Una guerra Russia-Europa sarebbe perciò limitata al vecchio continente, e caso mai venissero utilizzate armi nucleari, gli Stati Uniti non verrebbero coinvolti. Anzi, in un certo senso, una guerra di questa portata potrebbe persino essere un grasso affare per le aziende militari americane.

In questo scenario tanto desolante quanto inquietante, la crisi del Golfo Persico (l’aggressione degli USA all’Iran) si innesta perfettamente nella strategia guerrafondaia americana. La chiusura dello stretto di Hormuz sta creando una grave crisi energetica in un’Europa che ha rinunciato al petrolio e al gas russo ed è diventata dipendente dal gas e dal petrolio americano. Secondo Forsgren arriverà un momento nel quale gli americani diranno «scusate ragazzi, ma abbiamo bisogno di tutta l'energia ora», e questo — prosegue il commentatore — contribuirà non poco all'ucrainizzazione dell'Europa, e probabilmente pure del Giappone, delle Filippine e della Corea del Sud, che potranno essere utilizzati contro il fianco orientale della Russia, oltre che contro la Cina.

Uno scenario plausibile, dunque? Sì, perché non esistono letture che possano offrire scenari alternativi più confortanti (salvo ci si consideri degli inguaribili ottimisti). Ed è uno scenario che già si palesava fin dal 2022. Anche perché, qualunque analisi si faccia sull’agire internazionale degli americani, emerge sempre una costante: la loro tendenza a creare instabilità e provocare guerre. L’Ucraina ne è l’esempio ultimo ed è quello che in Europa è sentito di più. Ma ci sono anche Taiwan e Israele. Tutti i fronti più caldi, alla fine, hanno a che vedere con i grandi nemici geopolitici degli Stati Uniti: Russia, Cina e Iran. Pensare pertanto che ciò che accade nel mondo sia frutto della casualità o di presunte dittature sanguinare che i “supereroi” americani sono chiamati da Dio e dal destino a sconfiggere, è da ingenui consumatori di film hollywoodiani. Quando un impero perde la presa, pur di mantenerla, diventa più pericoloso e disposto a mettere in gioco qualsiasi cosa, compresa la pace.

di Martino Dettori
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Un'interessante articolo di Dettori che vi invito a leggere 😎

La strategia americana: l'ucrainizzazione dell'Europa

L'idea è quella di alimentare uno scontro con la Russia per infliggere a quest'ultima una sconfitta strategica. Tolta di mezzo la Russia, gli USA potranno così occuparsi della Cina.

Ho letto giusto ieri, un interessante commento a firma di un certo Mattias Forsgren. Il commento propone un’idea che condivido e che ho già espresso in diversi miei articoli fin dal 2022, seppure in modo non così esplicito: l’idea americana di ucrainizzare l’Europa, cioè di fare in modo che il vecchio continente — una volta che l’Ucraina verrà sconfitta (e verrà sconfitta) — assuma il ruolo di nuovo proxy nella guerra contro la Russia, perché a quest’ultima venga inferta quella sconfitta strategica che gli americani inseguono da anni e che permetterebbe loro di occuparsi in tutta tranquillità della Cina, il loro avversario principale.

Vedete, la Russia e la Cina minano da anni l’egemonia americana e propongono un ordine internazionale multipolare. Ma questo ordine non è accettabile per gli USA, poiché — come dice l’autore della riflessione — «il welfare americano dipende dalla capacità di estrarre valore aggiunto dal resto del mondo» attraverso il dollaro, la superiorità tecnica e chiaramente la propaganda, molto spesso veicolata grazie ai film hollywoodiani che vedono gli americani come i salvatori e protettori del mondo libero.

Gli USA si rendono conto che questo loro dominio è in declino e la loro capacità di estrarre valore dal resto del mondo sta scemando. Le ragioni sono tante, ma una prevale su tutte: l’emergere di una nuova superpotenza globale, la Cina. Per loro, dunque, diventa esistenziale impedire che gli equilibri geopolitici affermatisi dopo la fine della guerra fredda vengano alterati a favore del colosso cinese e del suo “stretto” alleato, la Russia. E se non è possibile farlo con i soliti mezzi pacifici di “persuasione” (il cosiddetto soft power americano), allora l’unica opzione resta la guerra.

Tuttavia, oggi, nel ventunesimo secolo, una guerra è un passo troppo grave e definitivo per essere fatto. Le armi nucleari sono lì a ricordarci che bastano pochi minuti per distruggere il mondo intero. L’unica scelta per evitare questa terribile prospettiva, è la guerra dei proxy. Siccome, come potenza nucleare gli USA non possono affrontare direttamente un’altra potenza nucleare (la Russia), ecco che scelgono qualcun altro che lo faccia al loro posto. Qualcuno pronto a sacrificare il proprio paese e il proprio popolo per il dominio americano.

Contro la Russia, la prima scelta è caduta sul paese più propenso a essere utilizzato in questa guerra proxy, l’Ucraina, ove il sentimento anti-russo è stato sapientemente coltivato negli ultimi tre decenni. Ma l’Ucraina è solo il primo tempo di una partita pericolosa. Secondo il commentatore, il secondo tempo toccherebbe al resto dell’Europa. Diversamente, non si spiega perché «i politici europei si comportino da idioti e non riescano a guardare agli interessi dei loro paesi». Ma la spiegazione giunge subito dopo: la verità è che i nostri politici «sono disciplinati dagli americani per fare esattamente quello che stanno facendo ora», cioè trascinare il vecchio continente in una possibile guerra contro la Russia.

Forsgren dice una cosa corretta: questi politici europei «non sono i nostri politici». Se lo fossero, oggi non avremmo una guerra nel giardino di casa, non sentiremmo l’odiosa retorica bellicista antirussa, che non riesce a chetarsi nemmeno un poco. Non dovremmo sopportare le balle propagandistiche tipo “gli ucraini combattono per noi” o “la Russia arriverà a Lisbona se non ci armiamo adeguatamente” (salvo poi denigrare la potenza militare russa, affermando che i soldati russi combattono con le pale).
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