
Sulle spiagge di Benítez e Trampolín la tensione è esplosa davvero. Ripari utilizzati dai migranti distrutti e incendiati, polizia costretta a intervenire, una città esasperata.
Per anni ci hanno raccontato che l’immigrazione irregolare fosse un fenomeno da “gestire”. Intanto il confine veniva messo sotto pressione e Ceuta lasciata a sopportarne le conseguenze.
Adesso il conto arriva sulla spiaggia.
Quando migliaia di ingressi irregolari si scaricano su territori piccoli e già fragili, parlare soltanto di accoglienza significa ignorare quello che succede a chi quei territori li vive ogni giorno.
Ceuta non ha bisogno di altre prediche. Ha bisogno di confini controllati, espulsioni per chi non ha diritto a restare e uno Stato che torni a far rispettare le proprie leggi.
Perché un confine che esiste soltanto sulla carta non è più un confine. E alla fine, a pagare il prezzo del caos, sono sempre le città lasciate sole.









