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Channel NameSpazio70
Username@spazio_70
CategoryTelecamere di Sorveglianza
Languageitaliano
CountryItalia
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Created4 apr 2026
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12 ott 2026, 22:18

Negli Stati Uniti il fentanyl è diventato uno dei simboli della più grave crisi da oppioidi della storia contemporanea. In Italia, invece, la sua presenza nel mercato illegale rimane relativamente limitata. Nel settembre 2026, l’Economist ha rilanciato un’ipotesi suggestiva: a frenare la diffusione del fentanyl nel nostro Paese potrebbero essere state le stesse organizzazioni mafiose, interessate a proteggere mercati consolidati e a evitare le conseguenze di una sostanza capace di provocare un numero elevatissimo di morti.

Si tratta di una spiegazione plausibile? E, soprattutto, quanto è documentata?

Per affrontare la questione occorre anzitutto comprendere che cosa sia accaduto negli Stati Uniti. La crisi americana non è cominciata con il fentanyl prodotto illegalmente, ma con la straordinaria espansione delle prescrizioni di analgesici oppioidi negli anni Novanta. Le campagne commerciali dell’industria farmaceutica, la sottovalutazione dei rischi di dipendenza e il cambiamento delle pratiche mediche contribuirono a creare una domanda di oppioidi di dimensioni eccezionali.

Secondo la periodizzazione dei Centers for Disease Control and Prevention, all’aumento dei decessi associati agli oppioidi prescritti seguì, intorno al 2010, una seconda ondata caratterizzata dall’eroina. Dal 2013, una terza ondata vide crescere rapidamente le morti legate agli oppioidi sintetici, soprattutto al fentanyl illecito. Le tre fasi si sovrappongono e non descrivono un percorso identico per tutti i consumatori, ma restituiscono la profondità della trasformazione del mercato americano.

L’Italia ha seguito una storia diversa. Non ha conosciuto un’espansione paragonabile delle prescrizioni di oppioidi e presenta caratteristiche differenti sia nella domanda sia nell’organizzazione del mercato illegale. Prima di attribuire alle mafie il merito paradossale di aver tenuto lontano il fentanyl, bisogna dunque considerare il peso delle condizioni sanitarie, economiche e sociali.

C’è poi un altro elemento che rende il quadro meno rassicurante di quanto potrebbe sembrare. Il fentanyl non è l’unico oppioide sintetico ad alta potenza. Dai nitazeni alle cosiddette orphines, responsabili di gravi intossicazioni e decessi, la loro presenza mostra quanto rapidamente possano cambiare le sostanze disponibili e i rischi per i consumatori.

L’eccezione italiana, dunque, esiste, ma non costituisce una garanzia per il futuro. E la domanda più importante potrebbe non essere soltanto perché il fentanyl non si sia diffuso su larga scala nel nostro Paese, bensì quali condizioni potrebbero consentire a questo o ad altri oppioidi sintetici di modificare gli equilibri attuali. Come, ad esempio, una sempre minore disponibilità di eroina di provenienza afgana sul mercato degli stupefacenti.

Su Spazio70, un’analisi delle evidenze investigative, delle dinamiche economiche e delle vulnerabilità del mercato italiano, per distinguere ciò che sappiamo dalle ipotesi ancora da verificare.

https://spazio70.com/nuovo-mondo-doggi/crisi-e-conflitti/fentanyl-italia-mafie-oppioidi-sintetici-copia/

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Fentanyl in Italia: mafie e nuovi oppioidi sintetici

Negli Stati Uniti il fentanyl ha trasformato il mercato degli oppioidi, provocando una crisi sanitaria e sociale drammatica. In Italia, invece, la sua diffusione rimane limitata. Un’ipotesi rilanciata dall’Economist attribuisce questa anomalia agli interessi…

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08 ott 2026, 13:05

Michael Ledeen è stato una figura difficilmente riconducibile a una sola categoria. Storico del fascismo, giornalista, consulente governativo e uomo di «think tank», ha operato per decenni in una zona di confine tra analisi politica, relazioni internazionali, sicurezza e canali informali di comunicazione.

L’Italia ebbe un ruolo centrale nella sua formazione. Negli anni Settanta lavorò a Roma, collaborò con Renzo De Felice e seguì da vicino il sistema politico italiano nella stagione del compromesso storico, della crescita del PCI e del terrorismo. Quella conoscenza del Paese sarebbe diventata una risorsa importante anche negli anni successivi.

Il capitolo più delicato riguarda i rapporti con Francesco Pazienza e con il SISMI. Un rapporto professionale con il servizio segreto militare italiano è documentato e ammesso dallo stesso Ledeen; più controverse sono invece le accuse di Pazienza, che parlò di compensi elevati, del nome in codice “Z-3” e di attività collegate anche al Billygate.

Con l’amministrazione Reagan, Ledeen entrò stabilmente nei circuiti della sicurezza nazionale. Lavorò nell’orbita di Alexander Haig e, tra il 1984 e il 1985, fu consulente di Robert McFarlane presso il National Security Council. In quella fase contribuì all’apertura del canale che collegò il NSC, interlocutori israeliani e Manucher Ghorbanifar, intermediario iraniano dalla reputazione controversa.

Il suo nome compare anche nella crisi di Sigonella e, anni dopo, nei contatti del dopo 11 settembre.

La costante del suo percorso fu il ricorso a reti personali, intermediari e canali paralleli. Il motto che rese celebre negli ultimi anni, «Faster, please», riassume bene questa impostazione: accelerare, superare la lentezza delle burocrazie e affidarsi alla capacità di pochi individui di incidere sul corso degli eventi.

Per approfondire (riservato agli abbonati): https://spazio70.com/post-anni-70/il-gioco-dei-potenti/michael-ledeen-intelligence-italia/

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Michael Ledeen: Italia, intelligence e canali paralleli

Ledeen ha attraversato quasi mezzo secolo di relazioni tra Italia e Stati Uniti muovendosi spesso dove i canali ufficiali si facevano più lenti, incerti o insufficienti. Dal SISMI all’Iran-Contra, da Sigonella a Ghorbanifar, la sua storia è quella di un intellettuale…

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05 ott 2026, 03:39

Ricordiamo che è online il nostro lavoro su Pierluigi Concutelli, primo episodio della serie "Camerati armati" che rappresenta un po' il rilancio del canale You Tube dopo un lungo periodo di inattività.

Buona visione, continuate a seguirci: https://youtu.be/lE0wF9aqDdA
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28 set 2026, 19:14

Pierluigi Concutelli è uno dei nomi più noti dell'eversione neofascista italiana degli anni Settanta.

Dalla militanza politica alla clandestinità, dai rapporti con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale fino all'omicidio del magistrato Vittorio Occorsio, questo primo episodio di Camerati armati ricostruisce il percorso che portò Concutelli dalla politica alla lotta armata.

Attraverso atti giudiziari, fonti parlamentari, documenti d'archivio e registrazioni processuali, ripercorriamo anche i passaggi meno conosciuti della sua storia: la rete internazionale, la Spagna, l'Angola, l'autofinanziamento, l'arresto e gli anni di carcere.

Camerati armati è la nuova serie di Spazio70 dedicata alle storie, agli ambienti e ai protagonisti dell'estrema destra armata italiana degli anni Settanta e Ottanta.

Buona visione.

https://youtu.be/lE0wF9aqDdA?si=xEJNC4TRkMMuui6D
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27 set 2026, 23:11

Licio Gelli tra Michele Sindona e Roberto Calvi: mediatore d’affari, uomo dei contatti politici, organizzatore di pressioni e, secondo le ricostruzioni parlamentari, partecipe della fase del ricatto. Un intreccio di finanza, P2, Banco Ambrosiano, dossier e relazioni riservate che accompagna il passaggio dal sistema Sindona all’ascesa di Calvi.

https://www.spreaker.com/episode/470-gelli-sindona-calvi-tra-mediazione-e-ricatto--75400565

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[470] Gelli, Sindona, Calvi. Tra mediazione e ricatto

Licio Gelli tra Michele Sindona e Roberto Calvi: mediatore d’affari, uomo dei contatti politici, organizzatore di pressioni e, secondo le ricostruzioni parlamentari, partecipe della fase del ricatto. Un intreccio di finanza, P2, Banco Ambrosiano, dossier…

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25 set 2026, 00:45

Dopo il crollo dell’impero finanziario di Michele Sindona, prende avvio una lunga battaglia per il suo salvataggio. Tra pressioni sulla Banca d’Italia, progetti di sistemazione, rapporti politici e interventi piduisti, il caso incrocia i nomi di Licio Gelli e Giulio Andreotti, mentre la rete di relazioni costruita da Sindona sembra sopravvivere al crack e intrecciarsi con l’ascesa della P2.

Per approfondire: https://www.spreaker.com/episode/469-sindona-gelli-e-andreotti-il-tentato-salvataggio--75335698

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[469] Sindona, Gelli e Andreotti. Il tentato salvataggio

Dopo il crollo dell’impero finanziario di Michele Sindona, prende avvio una lunga battaglia per il suo salvataggio. Tra pressioni sulla Banca d’Italia, progetti di sistemazione, rapporti politici e interventi piduisti, il caso incrocia i nomi di Licio Gelli…

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21 set 2026, 22:38

Rosa dei venti, Super Sid, piani d’emergenza, strutture parallele e collegamenti NATO: nell’Italia dei primi anni Settanta prende forma una rete in cui servizi, apparati militari, politica ed eversione finiscono per sovrapporsi. Sullo sfondo, la P2 di Licio Gelli come crocevia, punto di raccordo e talvolta centro di propulsione di uomini, informazioni e strategie.

Per approfondire: https://www.spreaker.com/episode/468-rosa-dei-venti-super-sid-e-p2-una-storia-di-apparati-e-segreti--75282766

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[468] Rosa dei venti, Super Sid e P2. Una storia di apparati e segreti

Rosa dei venti, Super Sid, piani d’emergenza, strutture parallele e collegamenti NATO: nell’Italia dei primi anni Settanta prende forma una rete in cui servizi, apparati militari, politica ed eversione finiscono per sovrapporsi. Sullo sfondo, la P2 di Licio…

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20 set 2026, 18:29

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Immagini impensabili oggi, che fanno riflettere sul livello di crisi raggiunto nei "rapporti" Est-Ovest. Siamo ormai ben oltre qualsiasi linea rossa tracciata durante la cosiddetta Guerra fredda.
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15 set 2026, 22:59

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15 set 2026, 18:08

Negli anni Settanta il potere in Italia non passa soltanto attraverso partiti, Parlamento e governo. Si organizza anche altrove: nei grandi gruppi economici, nella finanza, nella stampa, nei servizi segreti, nelle reti informali che collegano mondi diversi.

Prima che la P2 di Licio Gelli diventasse il simbolo di questo sistema, un’esperienza per molti versi comparabile era già maturata attorno a Eugenio Cefis.

Presidente dell’ENI e poi della Montedison, Cefis costruisce progressivamente un centro di potere capace di estendersi ben oltre l’economia. Il sistema tocca politica, informazione e servizi: secondo gli atti della Commissione P2, sotto Cefis l’ENI e poi la Montedison diventano strumenti di pressioni, alleanze e condizionamenti.

Il SID prepara informative su politici e imprenditori; la stampa diventa un altro terreno decisivo. L’acquisto del Messaggero è solo il caso più visibile di una strategia più ampia fatta di finanziamenti, influenza sui giornali e rapporti con il mondo politico.

Poi, a metà degli anni Settanta, il sistema «cefisiano» comincia a declinare mentre quello gelliano cresce. La P2 si trasforma da loggia legata soprattutto ad ambienti militari e dei servizi in una struttura capace di raccordare finanza, informazione e politica.

Sarebbe troppo semplice parlare di successione diretta. Ma i punti di contatto sono molti. Emblematica la vicenda Rizzoli-Corriere della Sera: Cefis favorisce l’acquisto del giornale nel 1974; il venir meno del sostegno promesso contribuisce poi a spingere Rizzoli verso il finanziamento dell’area P2.

E tra il 1975 e il 1976 Gelli chiede a Ugo Niutta di presentarlo personalmente a Cefis.
Un vero «passaggio» di consegne? Forse è troppo dirlo.

Ma una continuità di metodi, uomini e funzioni appare difficile da ignorare.

Per approfondire: https://www.spreaker.com/episode/466-da-cefis-a-gelli-un-passaggio-di-consegne--75143026

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[466] Da Cefis a Gelli. Un «passaggio» di consegne?

Dalla parabola di Eugenio Cefis all’ascesa di Licio Gelli: due sistemi di potere diversi, ma con sorprendenti elementi di continuità. Servizi segreti, finanza, stampa, politica e reti parallele si intrecciano in un passaggio cruciale degli anni Settanta.…

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13 set 2026, 14:39

La riforma dei servizi segreti del 1977 avrebbe dovuto segnare una rottura. Dopo anni di scandali, «deviazioni», inchieste e guerre interne, il vecchio SID veniva sciolto e sostituito da SISMI e SISDE. Ma molte continuità rimasero intatte. E proprio dentro quelle continuità si inserì la P2.

Per capire come si arrivò a quel punto bisogna tornare alla faida tra Vito Miceli e Gianadelio Maletti, i due uomini più potenti del SID nella prima metà degli anni Settanta. Entrambi iscritti alla P2, ma schierati su fronti opposti. Miceli, direttore del servizio, era vicino a Moro; Maletti, capo dell’Ufficio D, divenne invece uno degli strumenti utilizzati da Andreotti nello scontro interno alla DC. La guerra nei servizi finì così per sovrapporsi alla guerra politica.

Nel 1974 Miceli fu rimosso, poi sospeso e arrestato. Maletti fornì alla magistratura documentazione sulle sue presunte implicazioni golpiste. Ma con il ritorno di Moro al centro del potere gli equilibri si rovesciarono: Miceli venne scarcerato, mentre Maletti fu rimosso dal SID e successivamente arrestato nell’ambito delle indagini su Piazza Fontana.

In questo quadro la P2 appare non semplicemente come una fazione, ma come una sorta di camera di compensazione: Miceli e Maletti si combattono, servono referenti politici diversi, ma appartengono allo stesso universo di potere extraistituzionale.

La riforma del 1977 avrebbe dovuto chiudere quella stagione. E invece, alla fine dello stesso anno, ai vertici dei nuovi servizi arrivano Giuseppe Santovito al SISMI, Giulio Grassini al SISDE e Gaetano Pelosi al CESIS: tutti iscritti alla P2.

Il paradosso è evidente: la riforma nata per superare l’epoca delle «deviazioni» finì per consegnare i vertici dell’intelligence a uomini della loggia di Gelli. Non una cesura, dunque, ma una continuità.

Per approfondire: https://www.spreaker.com/episode/465-dalla-guerra-miceli-maletti-alla-riforma-dei-servizi-segreti-1977--75090155

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[465] Dalla «guerra» Miceli-Maletti alla riforma dei servizi segreti (1977)

Dalla guerra interna al SID tra Vito Miceli e Gianadelio Maletti alla riforma dei servizi del 1977. Sullo sfondo, lo scontro politico tra Moro e Andreotti, i rapporti con il PCI e l’ascesa di uomini legati alla P2 ai vertici di SISMI e SISDE. Una storia di…

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09 set 2026, 19:32

Il 16 marzo 1978, verso le nove del mattino, un commando delle Brigate Rosse attacca in via Fani le auto di Aldo Moro e della sua scorta. Vengono uccisi Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moro viene rapito.

La domanda «perché via Fani?» è rimasta ai margini del caso Moro, pur toccandone un nodo essenziale. Per anni la risposta è sembrata semplice: Moro era un uomo abitudinario. Stessa messa, stesso orario, stesso tragitto. Una routine tanto prevedibile da consentire alle bierre di preparare l'agguato.

Ma le carte raccontano davvero una storia così lineare?

Le deposizioni dei superstiti confermano l'idea del percorso abituale: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia. Rocco Gentiluomo ribadì che il tragitto era «sempre lo stesso», definendo quella modalità «non sbagliata, ma sbagliatissima».

Altre testimonianze vanno però in direzione diversa. Eleonora Moro sostenne che il marito non aveva orari fissi, soprattutto negli ultimi mesi: bastava una telefonata per cambiare il programma. E il percorso veniva deciso al momento, insieme al maresciallo Leonardi. Agnese Moro fu ancora più netta: via Fani non era un itinerario obbligato, e per scendere verso Montecitorio non era neppure la più logica: stretta e trafficata. Giovanni Moro ricordò che già dal 1977 il padre variava orari e percorsi.

Si aggiungono il brogliaccio del Viminale sui movimenti della scorta mai ritrovato e la «bonifica» preventiva della zona che, secondo una testimonianza alla Commissione Moro 2, quel giorno non sarebbe stata effettuata.

Nessun elemento da solo dimostra una regia occulta. Insieme rendono però più fragile una certezza ripetuta per decenni. Via Fani fu routine prevedibile o una scelta del momento?

Per approfondire: https://www.youtube.com/watch?v=Zrpavx7yJJY
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09 set 2026, 15:32

Roma, primavera del 1983. Maurizio Abbatino è un latitante. Ha poco meno di trent’anni, diversi passaggi in carcere alle spalle e tre mandati di cattura appena emessi dal giudice istruttore Guido Catenacci. Due riguardano altrettanti omicidi, il terzo un’associazione a delinquere finalizzata a una lunga serie di reati. Quando gli uomini della Squadra Mobile vanno a cercarlo nella sua abitazione dell’AXA, però, «Crispino» è già scomparso.

Non è il solo. Dopo anni di omicidi, rapine, traffico di droga, usura e gioco d’azzardo, alcuni dei principali esponenti della cosiddetta Banda della Magliana sono ormai ricercati o «altrove». Franco Giuseppucci è morto nel 1980; Marcellone Colafigli è stato arrestato. Restano da trovare, tra gli altri, Abbatino, Edoardo Toscano ed Enrico De Pedis.

Nel 1983 non esistono telefoni cellulari da localizzare o telecamere disseminate per la città. Per scovare un latitante bisogna ricostruirne il mondo: amicizie, abitudini, necessità quotidiane. E soprattutto le persone delle quali continua a fidarsi. Gli investigatori della Sezione Omicidi scoprono così che Abbatino si serve di incensurati per organizzare la propria clandestinità. Tra questi c’è una ragazza di vent’anni, Roberta, che gli procura cibo e giornali.

La mattina del 2 maggio 1983 tre uomini della Mobile la vedono acquistare alcuni quotidiani a piazza Fermi. La ragazza sale su un taxi e si dirige verso Ponte Marconi. Il pedinamento viene interrotto per prudenza. Riprende il giorno successivo. Roberta ripete quasi esattamente gli stessi movimenti. Questa volta gli agenti la seguono per circa otto chilometri, fino al Laurentino. La destinazione è un appartamento di via Lampridio Cerva, nel complesso residenziale di Prato Smeraldo. La scena si ripete il 4 e il 5 maggio. La ragazza diventa più prudente: si fa lasciare dal taxi a qualche decina di metri dall'edificio. Ma ormai gli investigatori hanno individuato la «palazzina dei sospetti».

Alle 5:30 del 6 maggio scatta l'operazione. La Squadra Mobile circonda il complesso. Gli agenti entrano nell'appartamento al piano terra: porta blindata, nessun nome sul citofono. All'interno trovano Maurizio Abbatino. Potrebbe finire qui. Ma qualcuno osserva l'appartamento accanto. Presenta caratteristiche molto simili. Nasce il sospetto che quel residence sia stato scelto come rifugio anche da altri uomini della Banda.

Gli agenti entrano. Dentro c'è Edoardo Toscano, «l'Operaietto», anche lui latitante. In poche ore, seguendo una ragazza che comprava giornali e prendeva un taxi, la polizia ha catturato due dei principali esponenti della criminalità romana. L'anno successivo lo stesso metodo contribuirà a individuare anche Enrico De Pedis: ancora una donna, ancora un pedinamento, ancora l'osservazione paziente delle relazioni personali di un latitante.

Una vecchia massima investigativa, insomma, applicata quasi alla lettera: «Cherchez la femme».


Per approfondire [libera lettura]: https://spazio70.com/post-anni-70/criminalita-organizzata/cherchez-la-femme-come-la-squadra-mobile-di-roma-catturo-i-vertici-della-banda-della-magliana/
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09 set 2026, 15:32

Nel dicembre del 1972, mentre i cieli del Vietnam del Nord sono attraversati da una delle più intense campagne di bombardamento dell'intero conflitto, due uomini vengono avvistati lungo una strada della provincia di Ha Bac, a nord-est di Hanoi. Non appartengono a un reparto in combattimento, non sono accompagnati da altri militari. Camminano da soli, visibili, vulnerabili.

A ricostruire quella scena è un documento oggi declassificato, trasmesso dalla Central Intelligence Agency alla Defense Intelligence Agency. Si tratta di un Field Intelligence Report (FIR), un rapporto di intelligence di campo, redatto il 20 dicembre 1972 e successivamente diffuso in forma «sanitized», cioè epurata degli elementi sensibili. È proprio l'equilibrio tra la ricchezza dei dettagli e la prudenza delle conclusioni a renderlo particolarmente interessante.

Secondo il rapporto, i due uomini vengono notati dalla popolazione locale circa un'ora prima della cattura. In un primo momento nessuno immagina che possano essere aviatori statunitensi: il colore dei capelli, i tratti somatici e l'aspetto generale inducono alcuni testimoni a scambiarli per cittadini sovietici. Solo in seguito la loro presenza viene segnalata alle autorità nordvietnamite.

L'intervento è rapido. I due vengono intercettati lungo la strada tra i villaggi di Quang Bo e Dai Bai, trasferiti in una caserma e infine caricati su un veicolo diretto verso Hanoi. L'intera sequenza — avvistamento, segnalazione, cattura e trasferimento — si consuma nell'arco di pochissimo tempo, con una precisione che restituisce al lettore la sensazione di assistere direttamente agli eventi.

Particolarmente significativa è la descrizione fisica. Gli osservatori dichiarano di aver avuto gli americani a vista per circa cinque minuti, a una distanza di pochi metri. Entrambi sono descritti come caucasici, con capelli biondi, corporatura media e tute da volo verdi. Non presentano ferite evidenti, ma appaiono provati, stanchi e affamati. Una quantità di particolari che conferisce al rapporto una notevole consistenza, pur restando nel campo delle informazioni non ancora verificate.

Il documento suggerisce un probabile collegamento con i bombardamenti su Hanoi del 18 e 19 dicembre 1972, cioè con le prime fasi dell'Operazione Linebacker II. Quando però il rapporto viene esaminato dal Joint Casualty Resolution Center, l'esito resta inevitabilmente prudente: i dati disponibili non consentono di identificare con certezza i due prigionieri. È questo, in fondo, l'aspetto più affascinante del documento: una ricostruzione estremamente precisa dei fatti che, tuttavia, lascia ancora aperta la domanda fondamentale su chi fossero quei due militari americani e che fine abbiano fatto.


Per approfondire [contenuto riservato agli abbonati]: https://spazio70.com/media/documenti/vietnam-1972-piloti-usa-rapporto-cia/
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09 set 2026, 15:32

Roma, primi anni Ottanta. Fontanella Borghese. Un palazzo rinascimentale trasformato in sede universitaria. Uno studente di Architettura ha appena finito una lezione. Sotto il braccio porta una cartellina, in mano il tubolare con i disegni tecnici. Scende verso la cabina telefonica, inserisce un gettone e compone un numero. Dall'altra parte risponde un'amica, agitata: «C'è un uomo qui sotto. Dice che ti deve parlare».

Il ragazzo la raggiunge accompagnato da due compagni di corso. Davanti al portone li aspetta un uomo sulla quarantina, vestito in modo anonimo. Quando gli si rivolge, lo fa in armeno. Ha modi cortesi, le mani sempre infilate nelle tasche della giacca. Non sembra minaccioso. Eppure qualcosa lo mette subito in allarme. I tratti del volto, la carnagione, il modo di muoversi. Intuisce che non è armeno. Capisce che è turco.

Negli ambienti della diaspora si sapeva che i servizi segreti turchi sorvegliavano attivisti e simpatizzanti anche in Europa. E che, talvolta, non si limitavano al monitoraggio. L'uomo gli propone di fare due passi. Poco più avanti c'è un'auto ferma con qualcuno a bordo. Non accade nulla di esplicito. Nessuna minaccia. Ma il ragazzo comprende. Capisce che lo stanno per portare via. Che lo vogliono uccidere.

Quel ragazzo si chiama Karekin Krikorian. È nato nel 1958 a Bengasi, in una famiglia armena della diaspora. Le sue radici affondano nell'Anatolia del 1915: il nonno paterno era sopravvissuto alle deportazioni, altri parenti provenivano da Urfa, una delle città simbolo della resistenza armena. Per la generazione dei suoi genitori il genocidio era diventato un silenzio necessario per continuare a vivere. Ma all'inizio degli anni Settanta quella memoria riaffiora, trasformandosi, per molti giovani, in impegno politico.

Anche Krikorian entra negli ambienti vicini all'ASALA, l'organizzazione armata nata per costringere la Turchia a riconoscere il genocidio armeno. Anni dopo la sua vicenda si intreccerà con quella dell'area anarchica insurrezionalista italiana e con il controverso processo Marini-Ros. Trascorrerà oltre vent'anni in carcere, parte dei quali in regime di Alta sicurezza.

Oggi vive a Roma. Fa l'architetto, ha conseguito una seconda laurea in Filosofia durante la detenzione e si prepara a trasferirsi in Armenia. Lo abbiamo incontrato nella sua casa per ripercorrere una storia che attraversa il genocidio, la diaspora, la militanza politica, il carcere e, soprattutto, ciò che il tempo non è riuscito a cancellare.

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09 set 2026, 15:32

Nel racconto pubblico del caso Pecorelli il nome di Franca Mangiavacca compare spesso, ma quasi sempre ai margini. Eppure, osservando con attenzione documenti giudiziari, deposizioni e materiali d'archivio, emerge una figura più complessa di quanto si sia generalmente pensato.

Mangiavacca conosceva Pecorelli dai tempi in cui quest’ultimo era stato capo ufficio stampa del ministro democristiano Fiorentino Sullo. Come dice lei stessa, già alla fine del 1971 era passata a lavorare a tempo pieno all’Osservatore Politico con un ruolo da «jolly». Le sue mansioni riguardavano la gestione amministrativa e la cura della distribuzione.

Ma non c’era soltanto la dimensione professionale. Tra Mangiavacca e Pecorelli nacque una relazione sentimentale. La particolare situazione famigliare dei due fu utilizzata da una parte della stampa per adombrare l’ipotesi che l’omicidio Pecorelli fosse di natura passionale. Fatto sta che Mangiavacca, all’interno della redazione, aveva un ruolo cruciale: partecipava alle riunioni con i giornalisti, condivideva decisioni e teneva le fila della contabilità, pur non mettendo mano, almeno secondo la sua deposizione al processo del 1996, ai conti «paralleli». Era, inoltre, amministratrice unica dell’Istituto Ricerche Studi Politici Economici, l’IRSPE, entità nominalmente proprietaria dell’Osservatore Politico.

Dunque, nel suo duplice ruolo, professionale e famigliare, Mangiavacca conosceva in profondità la vita di Pecorelli, dentro e fuori OP. Dopo l’omicidio, il suo telefono venne messo sotto controllo dalla DIGOS su mandato di Domenico Sica. Intercettazioni, rimaste sostanzialmente seppellite tra la marea di carte dei vari processi, che rilette oggi possono dare un’idea di cosa accadde dopo la tragica serata del 20 marzo 1979.


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09 set 2026, 15:32

Managua, fine agosto 1993. Un fuoristrada percorre da oltre un'ora un tragitto tortuoso e apparentemente senza senso. Il conducente controlla di continuo gli specchietti: teme di essere seguito. Dalla radio arriva un avvertimento: «Occhio, forse vi pedinano». Uno dei passeggeri sbotta con ironia: «Siamo quasi nella giungla. Se qualcuno ci stesse seguendo se ne sarebbe già accorto. Non siamo israeliani venuti qui per rapire qualcuno. Vogliamo solo parlare».

La destinazione è una vecchia bettola gestita da un indio. Ad attenderli c'è Alessio Casimirri, componente del commando brigatista che in via Fani uccise gli uomini della scorta di Aldo Moro. Ad incontrarlo sono Mario Fabbri e Carlo Parolisi, due agenti del Sisde in missione riservata.

Casimirri racconta che il Nicaragua è cambiato: il nuovo contesto politico ed economico mette in difficoltà anche la sua attività di recuperi subacquei. Pur non avendo mai scontato un giorno di carcere, lascia intendere di voler aprire un prudente dialogo con le istituzioni italiane.

«Non pretendo nulla dalla giustizia italiana», afferma, «so bene che ciò che ho fatto non può essere cancellato». Poco dopo, però, formula una richiesta precisa: un lasciapassare che gli consenta di uscire dal Nicaragua e lavorare nei Paesi vicini, senza il timore di essere arrestato.

Fabbri gli risponde con franchezza: «Non posso dartelo. Sarebbe un inganno: ti arresterebbero appena oltrepassata la frontiera». Da quel momento prende forma un confronto difficile ma sincero, nel quale gli agenti cercano di conquistare la fiducia di un uomo estremamente prudente.

Casimirri spiega di non avere interesse a rientrare in Italia: in Nicaragua ha costruito una famiglia. Ciò che desidera davvero è poter lasciare il Paese, mentre gli altri ex militanti della cosiddetta "colonia" italiana possono già muoversi liberamente.

Fabbri coglie l'occasione per rilanciare: «Se puoi contribuire a fare chiarezza sulle Brigate rosse e soprattutto sul caso Moro, finché in Italia resteranno dubbi e versioni contrastanti sarà difficile immaginare una soluzione politica». L'obiettivo del Sisde è raccogliere informazioni utili alle indagini ancora aperte.

L'incontro nella bettola, ai margini della giungla, non avrebbe dovuto essere un episodio isolato. Nei piani del Sisde rappresentava soltanto il primo passo di un dialogo destinato a proseguire, con l'obiettivo di raccogliere la testimonianza di uno degli ultimi grandi latitanti delle Brigate rosse e fare luce su alcuni dei capitoli più controversi del caso Moro.


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09 set 2026, 15:32

Nel 1973, mentre la distensione sembrava aver reso meno aspro il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la National Security Agency organizzò un incontro destinato a lasciare il segno. Davanti al personale dell'agenzia americana intervenne Petr Sergeevič Deriabin, ex ufficiale del KGB che quasi vent'anni prima aveva disertato chiedendo asilo politico agli Stati Uniti.

Il documento che racconta quell'evento, oggi declassificato grazie al Freedom of Information Act, potrebbe apparire, a una prima lettura, come la semplice testimonianza di un ex funzionario sovietico. In realtà racconta molto di più. Per esempio il modo in cui un apparato di intelligence costruisce la propria identità, definisce gli avversari e rafforza la coesione interna dei suoi uomini.

Non è un caso che l'incontro si svolga proprio durante la Security Week del 1973. Il messaggio rivolto ai dipendenti della NSA è chiaro: la distensione diplomatica non deve tradursi in un abbassamento della vigilanza. Un concetto che sembra essere condiviso anche da Deriabin, capace così di diventare qualcosa di più di un semplice testimone — con la sua esperienza personale trasformata in una prova vivente della natura del sistema sovietico e della necessità di mantenere alta l'attenzione nei confronti dell'URSS.

Particolarmente interessante è anche un altro aspetto della testimonianza dell'ex ufficiale sovietico ovvero la confutazione dell'idea, diffusa in alcuni ambienti occidentali, che KGB e agenzie di intelligence occidentali, americane in primis, possano essere considerati organismi sostanzialmente equivalenti. La differenza, sembra dire Deriabin, non riguarda soltanto le funzioni operative, ma la natura stessa dei due apparati — con il KGB descritto come uno strumento di controllo politico e di proiezione del potere dello Stato sovietico.

Ma forse il passaggio più affascinante dell'incontro emerge tra le righe. Deriabin non si limita infatti a fornire informazioni sul nemico. La sua testimonianza finisce invece per riflettere il clima culturale dell'intelligence americana nei primi anni Settanta e mostra come la figura del disertore venga utilizzata per contrastare ogni possibile rilassamento psicologico all'interno delle agenzie.


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09 set 2026, 15:32

Che cosa cercava davvero l'FBI quando si occupava di Licio Gelli?

La domanda è meno banale di quanto possa sembrare. Tra il 1981 e il 1990 il nome del Venerabile Maestro della P2 compare ripetutamente in alcuni documenti desecretati del Federal Bureau of Investigation. Non si tratta di una grande indagine americana su Gelli, né dell'emersione di prove clamorose. Al contrario.
La documentazione racconta soprattutto un'altra storia: quella di una figura che, dopo l'esplosione dello scandalo P2, continua ad apparire in contesti internazionali diversi, costringendo magistrati, investigatori e servizi segreti a verificare continuamente spostamenti, contatti e possibili relazioni.

All'inizio c'è la richiesta italiana di accertare una eventuale presenza dell'ex "Venerabile Maestro" negli USA. Gli uffici FBI di New York, Washington e San Francisco vengono incaricati di controllare indirizzi, ambienti massonici, numeri telefonici e nominativi. Le verifiche producono pochi risultati concreti.

Negli anni successivi emergono nuove segnalazioni: in particolare una telefonata, di Gelli, al Dipartimento di Stato americano. Ma ogni volta il meccanismo porta al medesimo epilogo: l'archiviazione. Quando infine il nome del piduista compare, anni dopo, in alcune ricostruzioni relative all'omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, l'atteggiamento dell'FBI resta prudente, per non dire scettico.

Le carte americane fin qui note, insomma, forniscono informazioni interessanti, ma non risolutive. Non spiegano la P2, né la vicenda del Banco Ambrosiano. Mostrano però qualcosa di diverso: quanto fosse vasta l'ombra proiettata da un uomo che, a distanza di anni, continuava a comparire nei dossier di magistrature e apparati investigativi di mezzo mondo.


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09 set 2026, 15:32

Il rapporto tra Federico Umberto D’Amato e Carmine «Mino» Pecorelli appartiene a quelle vicende che non consentono conclusioni semplici, ma obbligano a riflettere con attenzione intorno a taluni meccanismi interni al potere nell’Italia repubblicana.

Da una parte c’era D’Amato: uomo centrale dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, figura di lungo corso degli apparati, interlocutore di ministri, capi della Polizia, ambienti internazionali e settori delicatissimi dello Stato. Dall’altra Pecorelli: giornalista politico, direttore di OP, capace di muoversi lungo il confine tra notizia e dossier riservato.

Negli ultimi mesi di vita di Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, i due si videro 106 volte. Il giornalista incontrò più spesso soltanto l’avvocato Gregori, suo amico personale. È un dato che non spiega da solo la morte del direttore di OP, ma impedisce di considerare D’Amato una figura marginale nella rete di relazioni del giornalista.

I contatti, del resto, venivano da lontano. Già alla fine degli anni Sessanta, durante la prima esperienza giornalistica di Pecorelli, compaiono figure riconducibili all’area dell’Ufficio Affari Riservati. Nella redazione di «Nuovo Mondo d'Oggi» erano presenti Nino Pulejo e Franco Simeoni, di fatto vicini all'allora capo dell’UAR. Proprio in questo contesto si consumò uno snodo significativo: una clamorosa inchiesta su padre Felix Morlion e l’università Pro Deo non solo venne bloccata, ma portò nei fatti alla chiusura di Nuovo Mondo d'Oggi.

Anni dopo, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, D’Amato fu chiamato a parlare di Pecorelli. Lo fece con il linguaggio prudente di un uomo abituato a misurare ogni parola. Ammise di averlo visto «varie volte» nel proprio ufficio, di aver letto la sua agenzia e, quando la riteneva interessante, di averla trasmessa all’ufficio stampa del capo della Polizia.
Nella versione di D’Amato, tutto rientrava nelle normali relazioni con la stampa: rapporti personali, chiarimenti, canali di comunicazione utili al Ministero dell’Interno. Ma la documentazione oggi disponibile restituisce un quadro più complesso. Pecorelli era stato oggetto di una nota critica redatta dallo stesso D’Amato. Il giornalista ne aveva poi ottenuto copia e lo aveva fatto capire al suo autore. Da quel momento, il rapporto tra i due sembra assumere una forma particolare: contatto diretto, scambio informativo, ma in un contesto di reciproca diffidenza.

In questo quadro compare anche Licio Gelli. D’Amato riferì di averlo incontrato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Disse di avergli parlato degli attacchi provenienti da più ambienti: intelligence militare, stampa, magistratura. Tra i giornalisti che lo avevano colpito indicò proprio Pecorelli.
D’Amato descrisse il legame tra Pecorelli e il capo della P2 come un rapporto di «odio-amore», attraversato da promesse di finanziamento, aspettative deluse, irritazione e dipendenza. Anche questo è un punto rilevante: Pecorelli non appare come un semplice terminale passivo di informazioni, ma come un soggetto autonomo, difficile da controllare, capace di utilizzare le proprie fonti e di entrare in relazione con ambienti diversi.

È probabilmente qui che si trova il punto centrale di una vicenda che non va letta come una semplice frequentazione tra un giornalista e una fonte istituzionale. Il rapporto tra D'Amato e Pecorelli fu qualcosa di più significativo: un canale di comunicazione tra l’Osservatore Politico e i vertici dell’intelligence interna, fatto di utilità reciproca, prudenza, sospetto, informazioni, mezze ammissioni e, naturalmente, zone rimaste opache.


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09 set 2026, 13:46

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09 set 2026, 00:47

«Non vedevo, non sapevo, non capivo». È quasi un ritornello quello che attraversa le deposizioni dei maggiori leader politici italiani davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2.

Andreotti sostiene di aver compreso l’importanza di Licio Gelli soltanto in seguito. Fanfani ricorda qualche incontro, ma nessuna particolare consapevolezza. Forlani afferma di non averlo mai conosciuto. Craxi racconta di averlo incontrato una volta, senza immaginare che fosse realmente il capo della P2. Zaccagnini dice di non aver «avvertito assolutamente niente». Berlinguer spiega di aver appreso dalla stampa ciò che sapeva della loggia. Spadolini colloca nell’intervista concessa da Gelli al Corriere della Sera, nell’ottobre 1980, il momento in cui comprese la gravità del fenomeno.

Eppure la P2 non viveva ai margini della Repubblica. I suoi uomini occupavano posizioni importanti nei servizi segreti, nelle forze armate, nell’economia, nell’informazione. Il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi finanziava i partiti. La Rizzoli e il Corriere della Sera erano diventati terreno di scontro e mediazione politica. Dirigenti dei partiti incontravano uomini della loggia; altri avevano rapporti con vertici dei servizi che sarebbero poi comparsi negli elenchi di Castiglion Fibocchi. E il nome di Gelli circolava sulla stampa ben prima della scoperta delle liste nel marzo 1981.

Possibile che nessuno avesse visto o saputo qualcosa? E soprattutto che un sistema di relazioni così ramificato fosse rimasto invisibile proprio agli uomini che governavano il Paese?

In realtà la P2 non agì prevalentemente come un corpo estraneo deciso a conquistare dall’esterno le istituzioni. Al contrario avrebbe invece sfruttato i meccanismi già esistenti del potere: finanziamenti, mediazioni, nomine, affari, servizi segreti, controllo dell’informazione. Di fatto la loggia si estese all'interno delle stesse zone grigie nelle quali si muovevano partiti e gruppi dirigenti.

Per questo le dichiarazioni di inconsapevolezza diventano il cuore politico del problema. La P2 era arrivata a essere così interna al sistema da non essere più percepita come qualcosa di estraneo.

Da qui l’immagine più efficace e insieme più inquietante per definire la loggia. Un «grande scheletro nell’armadio dei partiti» capace di rimandare non soltanto a responsabilità individuali, ma a un sistema di relazioni, convenienze e reciproche protezioni capace di rendere meno convincente la tesi di una classe politica rimasta, quasi tutta, all’oscuro di ciò che stava accadendo.

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03 set 2026, 13:13

Nazionalista, dirigente politico, imprenditore, uomo segnato dalle faide e dalle zone grigie della Corsica. La parabola di Alain Orsoni attraversa quasi mezzo secolo di storia dell’isola, dalle lotte clandestine del FLNC alle scissioni interne, fino agli intrecci con la criminalità e a un assassinio ancora senza colpevoli.

Orsoni cresce in una Corsica che cambia rapidamente. Negli anni Settanta matura la propria coscienza politica e si avvicina al nazionalismo. Poi arrivano la clandestinità, le nuits bleues, il confronto con lo Stato francese. Ma il movimento corso si frantuma: alla fine degli anni Ottanta divisioni e dissidi aprono una stagione di lotte intestine e faide sanguinose.

Orsoni sopravvive a quella fase, si allontana progressivamente dalla militanza, si dedica agli affari e al calcio, fino alla presidenza dell’Ajaccio. Il passato, però, continua a seguirlo.

Nel gennaio 2026 viene ucciso con un colpo sparato da lunga distanza durante il funerale della madre. Gli investigatori individuano nel maquis il possibile punto di tiro e recuperano un bossolo, ma l’inchiesta resta aperta.

Intorno alla figura di Orsoni si sovrappongono infatti piani diversi: politica, vendette, vecchie scissioni del nazionalismo, affari e criminalità organizzata. Come ci ha raccontato la giornalista d’inchiesta Hélène Constanty, questa stratificazione rende difficile capire chi potesse volerlo morto — e perché.

Insomma, dire «tanti» equivale quasi a dire «nessuno». È forse qui che la parabola di Alain Orsoni trova la sua conclusione più amara: in una Corsica dove, per decenni, politica e crimine, militanza e rivalità hanno finito spesso per sovrapporsi.

Per approfondire [contenuto riservato agli abbonati]: https://spazio70.com/nuovo-mondo-doggi/crisi-e-conflitti/alain-orsoni-vita-e-ombre-di-un-nazionalista-corso/

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Alain Orsoni, vita e ombre di un nazionalista corso - Spazio70

Nazionalista, dirigente politico, imprenditore, uomo segnato dalle faide e dalle zone grigie della Corsica. La vita di Alain Orsoni racconta mezzo secolo di lotte, scissioni, violenze e intrecci criminali, fino a un assassinio ancora avvolto nel mistero.

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28 ago 2026, 14:16

Alla fine degli anni Settanta il Corriere della Sera non era semplicemente il più autorevole quotidiano italiano, ma uno dei principali luoghi di potere. E soprattutto uno tra quelli nei quali si formava realmente l’opinione pubblica nazionale. E' proprio per questo che la vicenda della P2 all’interno del gruppo Rizzoli rappresenta uno degli episodi più delicati, e meno ricordati, nella recente storia dell’informazione italiana.

Una delle vicende di maggior interesse riguarda il caso ENI-Petromin. Mentre crescevano i sospetti sull’enorme provvigione collegata alla fornitura di petrolio saudita, il Corriere sostenne ripetutamente la necessità di portare avanti l’operazione. Quando il socialista Rino Formica denunciò il rischio che quelle enormi somme potessero servire a “sistemare” gruppi editoriali, tra cui la stessa Rizzoli, e soprattutto a finanziare operazioni politiche oscure capaci di modificare gli assetti politici del Paese, il quotidiano reagì con durezza attaccando frontalmente lo stesso Formica e sostanzialmente facendosi latore dei messaggi ricattatori di Gelli, Ortolani e Calvi in riferimento alla gestione finanziaria del PSI tenuta a galla anche grazie ai finanziamenti dell'Ambrosiano.

Il momento simbolico, o forse il più "basso", arrivò il 5 ottobre 1980 quando il Corriere pubblicò una lunga intervista di Maurizio Costanzo a Licio Gelli: «Parla, per la prima volta, il “signor P2”». Fu di fatto il culmine del controllo piduista sulla Rizzoli e sul quotidiano. Solo pochi mesi più tardi, nel marzo 1981, il ritrovamento degli elenchi di Castiglion Fibocchi avrebbe mostrato al Paese l’estensione della rete gelliana.


https://www.spreaker.com/episode/462-il-corriere-della-sera-piduistizzato-una-storia-dimenticata--74720147

Spreaker

[462] Il Corriere della Sera «piduistizzato». Una storia dimenticata

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il Corriere della Sera finì al centro della rete di interessi della loggia P2. Una storia di potere, finanza e controllo dell’informazione, tra Rizzoli, Gelli, Ortolani e Calvi. La storia di un grande…

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25 ago 2026, 15:41

Il 16 marzo 1978, dopo l’agguato di via Fani e il rapimento di Aldo Moro, lo Stato italiano mise in moto un apparato imponente. Posti di blocco, perquisizioni, controlli, comitati politici e operativi. Eppure, per cinquantacinque giorni, i servizi segreti non riuscirono a fornire alcun contributo decisivo alla ricerca del presidente della Democrazia cristiana.

Anni dopo, la relazione di minoranza presentata da Massimo Teodori alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 pose una domanda precisa: davvero fu fatto tutto il possibile per ritrovare Moro e salvarlo? L’obiettivo non era ricostruire il sequestro o individuarne gli esecutori, ma verificare «la presenza, l’influenza, le attività e gli effetti» della P2 e dei suoi appartenenti nella vicenda.

Il quadro delineato era inquietante. Ai vertici del SISMI e del SISDE si trovavano Giuseppe Santovito e Giulio Grassini, entrambi iscritti alla P2. Piduisti erano anche altri uomini presenti negli organismi politici e operativi costituiti durante l’emergenza.

Ma il problema non riguardava soltanto i nomi. Poche settimane prima del sequestro era stato smantellato l’Ispettorato antiterrorismo diretto da Emilio Santillo: una struttura che aveva accumulato informazioni sui gruppi eversivi e già rivolto la propria attenzione alla P2 e a Licio Gelli. Uomini, archivi e capacità operative furono dispersi proprio mentre nasceva il nuovo SISDE, che affrontò i 55 giorni in condizioni di gravissima debolezza.

Teodori arrivava così al nodo centrale: quelle inefficienze furono soltanto il risultato di disorganizzazione e incapacità oppure esistette una convergenza di comportamenti che finì per impedire risultati positivi?

La relazione non sosteneva di possedere la prova di un disegno deliberato per impedire la salvezza di Moro. Registrava però una circostanza: gli organismi incaricati di ritrovarlo agirono con risultati opposti alla funzione che avrebbero dovuto assolvere. E in molti di quegli organismi erano presenti uomini della P2.

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20 ago 2026, 00:50

Roberto Calvi, il Banco Ambrosiano e i finanziamenti ai partiti politici italiani.

Proponiamo la lettura di alcuni passi della relazione di minoranza prodotta dall'onorevole Massimo Teodori, già membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2.
Al centro della documentazione i rapporti finanziari, riconducibili al Banco Ambrosiano e a Roberto Calvi, con il Partito socialista italiano (PSI) e il Partito comunista italiano (PCI).

Di particolare interesse risulta il tema dei finanziamenti concessi al PCI: un capitolo poco ricordato della recente storia politica e finanziaria italiana, ricostruito attraverso quanto riportato nella relazione Teodori.

L'episodio qui presentato, in formato podcast, propone passi scelti del documento, mantenendo al centro la fonte e lasciando alle carte il racconto dei fatti.

https://youtu.be/7Ys_ml0qspU
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